Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Una battaglia dopo l’altra

Bob Ferguson ondeggia nella sua mente. Il corpo segue — l’abbigliamento, il passo, quell’aria da reduce che non ricorda più da quale guerra. Sul divano di casa guarda La battaglia di Algeri, una birra in mano, qualcosa da fumare. Un tempo si chiamava Pat Calhoun, faceva parte dei French 75, liberava immigrati dai centri di detenzione. Adesso vive in incognito con sua figlia Willa, e grida “Viva la revolución” come si recita una preghiera in cui non si crede più del tutto.

Leonardo DiCaprio costruisce questo personaggio pezzo per pezzo, con un riferimento dichiarato e portato fino in fondo: il Drugo del Grande Lebowski, trascinato in un film più sporco, più politico, più disperato. C’è la stessa vestaglia, lo stesso passo sbilenco, la stessa lucidità nascosta sotto strati di disincanto. Ma qui la storia lo costringe ad alzarsi dal divano. Lockjaw — Sean Penn, frangetta alla Hitler, occhi spiritati — vuole sua figlia. Penn incarna un uomo che a un certo punto smette di sembrare umano. Incassa, si rialza, torna. Come il Terminator, ma con gradi militari e un’ideologia suprematista che funziona da motore.

Benicio Del Toro è dall’altra parte: conosce il confine con il Messico e i suoi segreti, gestisce una rete di protezione per migranti irregolari, non rigetta la violenza quando serve. Si muove lento, parla poco. È il tipo di personaggio costruito più sui silenzi che sulle parole — e per questo rimane.

Paul Thomas Anderson mescola tutto — farsa, azione, dramma familiare, satira politica — senza che nulla sembri fuori posto. Le suore che coltivano marijuana e sparano con il mitra non strizzano l’occhio allo spettatore. Sono lì, e basta. L’inseguimento finale nel deserto californiano, ripreso in campo lunghissimo con le auto che sfumano tra i miraggi sull’asfalto, è cinema puro.

È un film sul fallimento di una generazione che credeva di poter cambiare tutto. Sul tempo che passa e sulle persone che restano — consumate, ridicole, ancora in piedi. Anderson lo ha scritto per i suoi figli, ha detto dal palco degli Oscar. Per scusarsi del mondo che troveranno.

Vale la visione. Vale anche il disagio che lascia.

Romeo + Giulietta

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