Visivamente Gravity è impressionante, su questo c’è poco da discutere. Lo spazio, la Terra, l’aurora, i corpi che galleggiano nel vuoto, tutto costruito con una precisione quasi irreale. È uno di quei film che al cinema ti fanno pensare: cazzo, ma quanto hanno speso?
Sì ma poi? Dov’è la trama?
Il personaggio che interpreta Clooney è praticamente George Clooney nello spazio. Battuta, sorriso, tranquillità assoluta. Non ti aspetti altro da lui. E quando muore, non è nemmeno un vero colpo di scena. È il momento in cui il film consegna definitivamente la storia a Sandra Bullock.
Poi arriva il passaggio più importante: Clooney ricompare nella sua testa e le dice di lasciar andare la figlia e tornare a vivere.
Ed è qui che ho pensato: è tutto qui?
Perché il significato del film è abbastanza chiaro. La donna che ha perso la voglia di vivere deve scegliere la vita. Lo spazio diventa una gigantesca metafora del suo dolore. Poi torna sulla Terra, tocca l’acqua, striscia, si rialza.
Bella. Bellissima, ma troppo semplice.
E in mezzo un ostacolo dopo l’altro, un guasto, una soluzione, un altro guasto, fino alla fine.
C’è pure quella scena surreale in cui Ryan intercetta una voce alla radio, non capisce una parola e finisce a parlare con un cane che abbaia dall’altra parte del mondo. Non spiega niente, non serve alla trama, ma è forse il momento più umano di tutto il film: una donna sola nello spazio che trova conforto in un abbaiare che non capisce.
E forse è proprio questo Gravity.
Un film con una storia piccolissima raccontata attraverso immagini gigantesche. La fotografia, la regia, gli effetti speciali, il suono: tutto è enorme. La storia, molto meno.
E allora resta una domanda: se togliamo tutta questa meraviglia visiva, quanto rimane davvero?
Io ancora non ho deciso. Ma l’aurora, quella sì. Quella me la ricordo. Però solo quella.



