Eravamo a casa mia quasi tutte le sere. Playstation, birre, qualche canna, gente che entrava e usciva senza citofonare, perché tanto la porta era sempre aperta. Lavoravo quasi gratis, quando andava bene mi pagavano in ritardo, e non mi importava granché. Rivedendo Santa Maradona mi sono riconosciuto in quella casa torinese di Andrea e Bart, in quella monotonia che dall’esterno sembra fallimento e da dentro è l’unico posto dove ti senti vivo.
Il film di Marco Ponti, uscito nel 2001, non ha una vera trama. Ha due amici squattrinati, un affitto in nero, una laurea che non serve a niente e una generazione che il regista stesso ha definito di “nichilisti ottimisti”. Bart, interpretato da un Libero De Rienzo mai più così bravo, si inventa un lavoro da critico letterario facendosi scrivere le recensioni dal cugino siciliano. Andrea, Stefano Accorsi, colleziona colloqui a vuoto e si innamora di Dolores tra un fallimento e l’altro. Non succede quasi niente. Per questo il film ti acchiappa: quell’età sospesa nel cinema italiano nessuno l’aveva raccontata così, senza vergogna.
Quello che oggi fa più male è il confronto. Nel cinema americano o francese, a trent’anni sei già vecchio: devi avere un lavoro vero, una casa, magari un figlio, una vita che si possa raccontare in una riga. In Italia a trenta giochiamo ancora a fare i grandi, e a quaranta o cinquanta ci chiamano ancora ragazzi, come se il tempo per noi scorresse più piano solo perché il sistema non ci ha mai dato l’occasione di diventare altro. Santa Maradona raccontava questo già nel 2001. Nel 2026 la domanda resta identica, e fa più paura: che speranze abbiamo, se la condizione che il film denunciava come eccezione è diventata la norma di tre generazioni.



