Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Quando la scuola diventa un peso e lo schermo un rifugio

C’è uno studente in seconda fila che non alza più la testa. Viene a scuola, si siede, apre il quaderno. Ma non è lì. È da qualche altra parte, un posto dove io non posso arrivare.

L’altra settimana gli ho chiesto come stava. Mi ha risposto “bene”, con lo stesso tono con cui si dice “piove”. Non era vero, si vedeva. Aveva le occhiaie, le mani che tremavano leggermente. Ma io cosa potevo fare? Insistere? Metterlo in imbarazzo davanti agli altri? Così ho lasciato perdere. E mi sono sentita una vigliacca.

Quasi la metà dei ragazzi della sua età soffre d’ansia. L’ho letto da qualche parte, ma non mi servono i numeri per capirlo. Basta guardarli. Quello che si morde le unghie fino a farsi sanguinare. Quella che va in bagno tre volte a lezione e torna con gli occhi rossi. Quello che ha smesso di venire alla mensa perché dice che non ha fame, ma in realtà ha paura di essere giudicato.

Non so quando è successo. Forse durante la pandemia, quando li abbiamo chiusi in casa e messi davanti a uno schermo. Forse prima, quando hanno cominciato a confrontarsi con vite perfette su Instagram. Sta di fatto che adesso molti di loro sembrano spaventati. Non dalla scuola in sé. Ma da tutto il resto.

Il telefono è diventato un rifugio. Lo tengono in mano anche durante l’intervallo, anche quando sono insieme. Preferiscono guardare quello piuttosto che guardarsi negli occhi. Lì dentro possono essere chi vogliono, dire quello che vogliono, sparire quando vogliono. Nessuno che ti mette in imbarazzo. Nessuno che ti chiede davvero come stai.

I social ti fanno credere di essere connesso. Ti fanno vedere gli altri che escono, che ridono, che hanno una vita piena. E tu ti chiedi cosa c’è che non va in te. Perché tu sei lì, a casa, mentre loro sono da qualche altra parte. È un gioco crudele. Ti fa sentire parte di qualcosa mentre ti esclude da tutto.

Una delle mie studentesse mi ha fatto vedere una cosa, qualche settimana fa. Una mappa dove potevi vedere dove erano i tuoi amici in tempo reale. “Così sai sempre chi esce e chi no”, mi ha detto. Le ho chiesto se le piacesse. Ha fatto spallucce. “No, mi fa stare male. Ma se non la uso, poi mi sento fuori”.

La scuola non aiuta. Dovrebbe essere il posto dove impari a stare con gli altri, dove cresci. Invece è diventata una gara. Chi prende il voto più alto, chi va all’università migliore, chi sarà qualcuno domani. E chi non ce la fa? Chi resta indietro? Semplicemente, si sente un fallimento. A diciassette anni.

Sette studenti su dieci vivono un disagio che i genitori non riescono nemmeno a vedere. Non è solo la pressione dei voti. È la somma di tutto. La paura del giudizio, il confronto continuo con gli altri, la sensazione di non essere mai abbastanza. Alcuni smettono di mangiare. Altri si chiudono in bagno e si fanno male. E noi adulti non sappiamo più come aiutarli.

A volte provo a parlare con loro. A chiedere come stanno. Quasi sempre mi rispondono “bene”, anche quando è evidente che non è vero. Hanno imparato a nascondersi. A dire quello che gli adulti vogliono sentire. Così li lasciamo in pace.

Ma la pace non c’è. C’è solo un silenzio sempre più pesante. Che entra nelle aule, nelle case, nelle vite. E noi adulti non sappiamo più come romperlo.

C’è uno psicologo a scuola, sì. Viene un giorno a settimana, forse due. Ma ci sono trecento studenti. E lui è uno solo. Fa quello che può, ma non basta. Non quando il problema è così diffuso. Non quando ogni classe ha almeno due o tre ragazzi che stanno male davvero.

E poi c’è il fatto che molti non vanno. Perché hanno paura che si sappia. Perché pensano di poterci arrivare da soli. Perché nessuno ha mai insegnato loro che chiedere aiuto non è una debolezza.

Forse dovremmo iniziare ad ascoltare davvero. Non con l’orecchio distratto, mentre pensiamo ad altro. Ma con la voglia di capire. Anche quando quello che dicono ci spaventa. Anche quando non abbiamo risposte.

Perché alla fine è questo che manca. Non le soluzioni. Ma qualcuno che ti guardi e ti dica: ti vedo. So che stai male. Non sei solo.

L’altra sera uno dei miei studenti mi ha scritto su WhatsApp. “Prof, mi sento sbagliato”. Gli ho risposto che non lo è. Che nessuno lo è. Che il mondo è sbagliato, semmai. Ma non so se gli è servito.

Forse avrei dovuto fare di più. Chiamare i genitori, parlare con la preside, insistere perché vedesse lo psicologo. Ma poi ho pensato che forse quello che voleva era solo questo. Qualcuno che gli dicesse che, per lui, è difficile. E che va bene così.

Domani tornerà in classe. Si siederà in seconda fila, aprirà il quaderno, guarderà nel vuoto. E io farò lezione come sempre. Perché non so cos’altro fare.

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