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Venezia 83, Barbera e la domanda che nessun red carpet può eludere

Dal 2 al 12 settembre il Lido torna a essere quello che è sempre stato una volta l’anno: un luogo dove il cinema si guarda allo specchio. L’83ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, diretta da Alberto Barbera, porta in concorso venti film e affida la giuria a Maggie Gyllenhaal, affiancata tra gli altri da Kaouther Ben Hania e Werner Herzog, quest’ultimo nel doppio ruolo di autore in gara e figura storica del festival.

Il manifesto, firmato da Manuele Fior, mostra fenicotteri che camminano di notte sul bagnasciuga, illuminati come comparse di un film che nessuno ha ancora girato. Un’immagine dedicata alla memoria di una storica del cinema giapponese scomparsa da poco, e che già da sola dice qualcosa sul tono di questa edizione: meno trionfale del previsto, più attenta a ciò che resta fuori campo.

Il tema che attraversa la Mostra non è nel programma ufficiale. Barbera lo ha messo nero su bianco nel suo intervento di apertura: di intelligenza artificiale si parla moltissimo, al punto da farne un luogo comune, ma gran parte del discorso corrente nasce da diffidenza superficiale più che da una reale comprensione dei suoi contorni.

La posizione di chi dirige un festival da tredici anni e sa che il linguaggio del cinema si è già mosso, con o senza il suo permesso. Fuori concorso arriva Be Brave, il primo lungometraggio documentario italiano concepito interamente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, che rielabora con l’IA anche le sequenze girate dal vero. Il festival mette il film in sala e lascia che sia il pubblico a farsene un’idea.

Sul red carpet, la parte più fotografata resta comunque quella umana. George Clooney ed Ellen Burstyn ricevono il Leone d’oro alla carriera. Per Clooney il riconoscimento arriva su un percorso che attraversa il cinema di denuncia e la commedia hollywoodiana in egual misura; per Burstyn, che ha attraversato più di mezzo secolo di cinema da protagonista, il tributo si lega alla proiezione di Flesh Impact, il cortometraggio di Maggie Gyllenhaal dedicato a Marilyn Monroe nel centenario della nascita, con Dakota Johnson nei panni della diva e la stessa Burstyn in un ruolo distante da quelli per cui è conosciuta.

Ad aprire le proiezioni sul Lido, il 1° settembre, è però un titolo che guarda indietro: la preapertura è dedicata a Tinto Brass, con la prima mondiale del restauro digitale di Col cuore in gola, thriller del 1967 girato a Londra. Un modo per ricordare che il cinema, prima di interrogarsi sul proprio futuro, ha anche un passato da restaurare e da riguardare con occhi nuovi.

I numeri di questa edizione raccontano un’industria in equilibrio precario. Su 4.740 opere arrivate in fase di selezione, la maggioranza è firmata da uomini, e nel concorso la sproporzione si accentua: diciannove film su venti hanno un regista uomo, un dato che il direttore non ha nascosto affrontando i nodi che agitano l’industria in questa stagione di festival.

Perché il concorso, va detto, non manca di nomi importanti: Nanni Moretti torna al Lido con Succederà questa notte, Werner Herzog porta Bucking Fastard con un cast che include Kate Mara e Orlando Bloom, Hirokazu Koreeda presenta Look Back. Il festival apre con Ink di Danny Boyle e chiude fuori concorso con Dio ride di Giovanni Veronesi.

Resta la domanda che Barbera stesso ha posto, citando la scrittrice Esther Kinsky: se il cinema continuerà a essere lo strumento con cui l’umanità si racconta e si comprende. Non è una domanda retorica, e non ha una risposta scontata nemmeno per chi il festival lo dirige da più di un decennio. Per undici giorni, il Lido prova a darne almeno un abbozzo.

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