Da ragazza aspettavo quel programma con una curiosità che ancora non sapevo di avere. Il divano, mio fratello accanto, il televisore acceso su un uomo che mangiava ogni cosa fosse commestibile come se il mondo intero fosse un piatto da finire. Il cuore di cobra ancora caldo, a Saigon, l’ho visto lì. Scommettevamo, io e mio fratello, se l’avrebbe assaggiato: perdevamo quasi sempre, perché lui si tirava indietro di rado. Negli anni sarebbero arrivati gli occhi di foca, le carni fermentate, tutto quello che nessuno a casa nostra avrebbe guardato due volte. C’era un’intensità in quel modo di mettersi alla prova che sembrava dire di più sulla vita che sul cibo. Da lì è nato il mio interesse per le cucine orientali, e poi per quelle di ogni angolo del mondo, un’attenzione che non mi ha più lasciata.
Ho continuato a seguirlo, con la stessa curiosità di allora. Quando è morto ho letto tutto quello che si scriveva, comprese le ricostruzioni che cercavano nella sua relazione con Asia Argento una spiegazione semplice per una morte che semplice non era. Non ho mai creduto a quella lettura.
Tony – Diario di un giovane cuoco, al cinema dal 27 agosto con I Wonder Pictures, si apre con una frase di Kitchen Confidential in cui Bourdain descrive il ragazzo che era stato: viziato, narcisista, autodistruttivo. È il tono di una confessione. Matt Johnson concentra in un’unica estate, quella del 1975, esperienze che nella vita di Bourdain si svolsero in un arco di tempo più ampio. Nel film il futuro chef ha diciannove anni, è stato respinto da un programma estivo di scrittura e finisce a lavorare come lavapiatti in un ristorante di Provincetown, a Cape Cod.
Sono andata a cercare l’origine di quella curiosità che avevo da ragazza senza saperne il nome, e l’ho trovata lì: un ragazzo che non sa ancora cucinare un piatto come si deve, che mente a se stesso prima che agli altri, in una cucina di Provincetown. Dominic Sessa, che avevo visto in The Holdovers, interpreta un Tony antipatico per gran parte del film, e questa è la scelta giusta. Antonio Banderas restituisce un’autorità che si guadagna piatto dopo piatto, severa, mai bonaria, e vale ogni scena in cui compare. Mi è piaciuto molto, ed è strano scoprire, dopo tanti anni, che quella curiosità aveva un inizio preciso, con un nome e una data.


