Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Il cuore bruciato

La parola è questa.
Bruciato.

Un cuore destinato a un bambino.
Perso per negligenza.

Quando l’ho letto non ho pensato subito ai medici. Ho pensato a una madre che dice: “Spero arrivi presto un altro cuore”.
E quella frase mi è rimasta addosso come un peso.

Perché è giusta. È l’unica cosa che una madre può dire.
Ma dentro quella frase c’è un silenzio enorme.

Un trapianto non nasce dal nulla.
Non è un miracolo che cade dal cielo.
È una stanza dove qualcuno ha smesso di respirare. È un telefono che squilla in un’altra casa. È una firma fatta con le mani che tremano.

Il problema non è la speranza. La speranza è umana. È istinto. È carne.
Il problema è quando la medicina, che dovrebbe essere precisione, diventa distrazione.

Un organo non è un oggetto.
È il sacrificio di una famiglia che ha detto sì nel momento peggiore della propria vita.

Quando lo perdi per negligenza non perdi solo un intervento.
Rimetti tutti in attesa. Rimetti una madre davanti a una porta chiusa. Rimetti un bambino sospeso.

Il trapianto è una staffetta, sì.
Ma è una staffetta crudele: perché uno corra, qualcuno si è fermato per sempre.

Non c’è colpa nella speranza di quella madre.
C’è solo amore.

La colpa, se c’è, sta nella leggerezza.
Nel pensare che tanto ci sarà un’altra occasione.
Come se la vita fosse una lista d’attesa infinita.

Non lo è.

Ed è questo che fa male davvero.

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