Ci sono tre case in questa storia. Una villa milanese dove ogni oggetto sa il proprio posto, una casa su un’isola vulcanica dove il sale entra nelle ferite, un giardino a Crema dove le albicocche cadono prima che qualcuno le raccolga. In ognuna, qualcuno smette di essere quello che gli altri si aspettavano da lui.
Luca Guadagnino non aveva pianificato una trilogia. Se n’è accorto dopo, quando Chiamami col tuo nome era già girato e il filo che teneva insieme i tre film — Io sono l’amore, A Bigger Splash, Chiamami col tuo nome — gli è apparso chiaro solo guardandoli in fila. Non è un dettaglio da poco. Le trilogie costruite a tavolino hanno un’architettura che si vede. Questa no. Questa si è rivelata da sola, come certe cose che capiscono di appartenersi solo quando sono già successe.
Io sono l’amore ha avuto sette anni di gestazione. Emma Recchi, moglie russa di un industriale milanese, vive dentro abiti disegnati da Raf Simons per Jil Sander, dentro una villa che esiste davvero — Villa Necchi Campiglio, aperta ancora oggi al pubblico. Un giorno assaggia una zuppa di gamberi cucinata da un ragazzo che non appartiene al suo mondo, e qualcosa in lei smette di reggere. Il marito, più avanti, le toglierà una giacca dalle spalle bagnate di pioggia e le dirà che non esiste. È il momento esatto in cui lei ha smesso di essere un trofeo.
A Bigger Splash arriva dopo. Marianne è una rockstar in convalescenza vocale, rifugiata a Pantelleria con il suo compagno. Poi arriva Harry, il suo ex, con tutto il disordine che porta chi torna senza essere stato invitato. Le gelosie si riaccendono come cose che non erano mai davvero spente.
Nelle note di regia dell’ultimo capitolo, Guadagnino ha scritto che nei primi due film il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto, al bisogno di liberarsi da qualcosa. In Chiamami col tuo nome — dieci anni dal momento in cui il progetto aveva iniziato a prendere forma — voleva raccontare un’altra cosa: l’idillio, la giovinezza che scopre se stessa attraverso quello che desidera.
Elio ha diciassette anni. È l’estate del 1983, da qualche parte nel nord Italia. Arriva Oliver, uno studente americano più grande di lui, e per un’estera intera nessuno dei due sa ancora dare un nome a quello che sta succedendo. Qui il desiderio non distrugge una famiglia, non riaccende vecchie ferite. Fa male lo stesso, ma in un altro modo — quello di chi perde qualcosa che, almeno per un’estate, è stato interamente suo.
Tre case, tre corpi che smettono di obbedire. Nessuna delle tre storie sapeva di appartenere alle altre due, finché qualcuno non le ha guardate una accanto all’altra e ha visto la stessa fiamma bruciare in tre modi diversi.



