Santiago del Cile, 1973. Il colpo di Stato di Pinochet spinge la famiglia Villalobos a lasciare il paese. Ricardo ha tre anni e ricorderà solo di essere cresciuto altrove.
In Germania cresce con un cognome che in classe suona straniero, mentre il tedesco diventa la sua lingua di ogni giorno. Intorno ai dieci anni impara a suonare conga e bonghi. Non è ancora musica elettronica, è ritmo puro, qualcosa che arriva dal corpo prima che dalla testa.
Da adolescente sviluppa un’ossessione che sembra fuori luogo per un ragazzino con radici sudamericane: i Depeche Mode. Li segue nei tour europei, ascolta ogni disco, si costruisce con un synth e una drum machine le prime imitazioni casalinghe dei loro pezzi.
Nel 1993 fonda un’etichetta, Placid Flavour. Resta un’esperienza breve. Negli anni successivi si afferma nella scena internazionale passando attraverso label come Playhouse e Perlon, fino a Cocoon, il progetto discografico legato a Sven Väth: minimal, microhouse, un suono che si costruisce per sottrazione invece che per accumulo.
Nel dicembre 2006 firma il Conclave Remix di “The Sinner in Me”, incluso in *The Best of Depeche Mode Volume 1 Remixes*, pubblicato da Mute. Tredici minuti — dodici e cinquantanove, per la precisione — che trasformano una ballata synth-pop in un pezzo di club minimale, firmato dallo stesso ragazzino che inseguiva quel gruppo nei tour vent’anni prima. L’anno successivo, e poi di nuovo nel 2008 e nel 2010, Resident Advisor lo incorona DJ dell’anno.
Non c’è una morale scritta da qualche parte in questa storia. C’è solo un bambino che ha perso un paese e ha trovato un ritmo per restarci dentro.



