Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Match Point, o del destino che rimbalza sul bordo

Un anello rotola sul bordo di una ringhiera. Oscilla. E tu sai che da quel movimento dipende tutto: la vita, la morte, la libertà. Un millimetro. Niente di più.

Woody Allen sa che il cinema è questo: un attimo sospeso che ti spacca in due.

Ero bloccato in casa, caviglia fasciata, immobile sul divano. Un caro amico mi chiama dal traffico, cazzeggiamo al telefono, e a un certo punto mi butta lì una citazione: “Sofocle ha detto: ‘Non venire mai alla luce può essere il più grande dei doni'”. Poi, come niente fosse: “Guardati Match Point“.

L’ho fatto. E quel film mi ha svoltato il pomeriggio.

Allen costruisce qualcosa di lucido e cattivo, spietato e modernissimo. Niente New York, niente jazz, niente nevrosi da intellettuale progressista. Londra, opera lirica — Donizetti, Rossini, Verdi. Un cambio totale che funziona perché Allen sa dirigere gli attori, sa dove mettere la tensione, sa quando stringere.

Scarlett Johansson è Nola Rice. Magnetica, perfetta accanto a Jonathan Rhys Meyers. Ogni gesto pesa. Ogni sguardo brucia. Il film è pesante e leggero insieme, parte come commedia satirica e si trasforma in thriller hitchcockiano. Ma non è mai quello che ti aspetti.

Chris Wilton è un tennista irlandese di umili origini che usa il suo talento per scappare da una vita di merda. Entra nell’alta società londinese. Conosce Nola. E lì tutto si complica. Perché Allen esplora lussuria, denaro, fortuna. E lo fa senza giudicare, senza dare risposte. Ti mostra solo quanto siamo fragili, quanto siamo mossi dal caso.

Poi c’è quella scena. L’anello, che rimbalza sulla balaustra invece di cadere nell’acqua. Un capriccio del destino. Come una pallina da tennis che tocca il nastro della rete: può cadere di qua o di là. E da quello dipende tutto. Il punto. La partita. La vita.

Mi è venuto in mente Notting Hill. Gwyneth Paltrow — Anna Scott — che torna indietro, attraversa quella porta, e tutto cambia. Ma lì c’era leggerezza. Qui no. Qui c’è il buio, la vertigine, la consapevolezza che vincere può significare che qualcun altro è caduto dalla parte sbagliata.

Match Point è un film che resta nella testa per mesi, per anni. Torna ogni volta che vedi una pallina correre sul net. Allen ci dice che la vita è più fortuna che bravura. E questa verità fa male.

La critica l’ha accolto come un ritorno in forma. Gli Stati Uniti lo hanno amato. Ha avuto la nomination all’Oscar per la sceneggiatura. Ma le nomination non contano. Conta che questo film ti entra dentro e non esce più.

Match Point è un film necessario. Che ti lascia stordito, meravigliato, spaventato. E ti ricorda che il cinema vero sa ancora cambiarti la giornata.

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