Detroit, metà anni Ottanta. Un ragazzo entra in uno studio radiofonico con tre giradischi, una drum machine, e zero intenzione di dire una parola al microfono. Va in onda tutte le notti, prima su WDRQ, poi su WJLB. Lo chiamano The Wizard. Nessuno sa chi sia davvero: la voce non parla mai, perché la voce, in fondo, è la musica.
Per mezz’ora di programma ne servono otto, dieci di lavoro in studio. Ogni mix è costruito, provato, rifatto. Più dell’ottantacinque per cento va comunque in onda dal vivo. Jeff Mills lo racconta senza vanto, come si descrive un lavoro fatto bene: comprava i dischi la mattina, li suonava la sera stessa. Se non erano pronti per la notte, non servivano a niente.
C’è un dettaglio che nessuno racconta mai. Per guadagnare secondi preziosi nei cambi tra un disco e l’altro, teneva un vinile in equilibrio sulla schiena, pronto, a portata di mano, mentre le altre due mani restavano sui piatti. Non era esibizionismo. Era necessità. Suonava fino a settanta tracce in una notte, e ogni secondo perso era un secondo in cui la pista poteva fermarsi a pensare.
New York, luglio 1992. Il Limelight, una chiesa sconsacrata trasformata in club, ospita il New Music Seminar. Mills è arrivato da Detroit con il collettivo Underground Resistance. Prima di salire in consolle, qualcuno prova a farlo spostare: è arrivata una superstar, dicono, aspetta il tuo turno. Un amico del gruppo blocca la situazione. Mills sale comunque, suona, e quella notte stessa gli offrono un contratto fisso. Da lì comincia la residency solista che lo porterà fuori da Detroit per sempre.
Non ha mai avuto bisogno di spiegare cosa stesse facendo.
Meta descrizione:
:



