Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Lost in Translation, o dell’amore che sapeva già di dover finire

Lost in Translation per me è una delle storie d’amore più belle mai raccontate al cinema perché parla di due anime che si incontrano nel momento giusto, pur sapendo che il loro tempo insieme è destinato a finire. Un amore vero, anche se non dura.

Eppure questo film rischiò davvero di non esistere.

Sofia Coppola scrisse la parte di Bob Harris pensando a un solo attore: Bill Murray. Lo ha ripetuto in diverse interviste nel corso degli anni. Non prese in considerazione alternative — al punto da dire, più volte, che senza di lui il film semplicemente non sarebbe partito.

Il problema era che Murray, nel 2002, non aveva un agente nel senso classico del termine. Chi voleva raggiungerlo doveva lasciare un messaggio sulla sua segreteria telefonica e sperare in una chiamata. Coppola ci provò per mesi. Fu lo sceneggiatore Mitch Glazer, amico di lunga data di Murray, a metterli finalmente in contatto.

L’attore disse sì, ma senza firmare un contratto. La produzione aveva già speso un quarto del budget totale — 1 milione di dollari su 4 — prima di sapere con certezza che sarebbe salito su quell’aereo per Tokyo. Arrivò una settimana prima dell’inizio delle riprese. Solo allora la troupe poté davvero rilassarsi.

Le riprese durarono 27 giorni, con una troupe ridotta, tra hotel, strade e locali reali di Tokyo. Uno stile quasi documentaristico, costruito anche su un ampio margine di improvvisazione — la stessa libertà che avrebbe definito il finale.

Il sussurro di Bob all’orecchio di Charlotte è diventato uno dei grandi misteri del cinema contemporaneo. La scena, girata l’ultimo giorno di riprese, non seguiva un copione: le parole nacquero sul momento, improvvisate da Murray, e furono lasciate volutamente fuori portata del microfono. L’idea iniziale era di aggiungerle in post-produzione. Non se ne fece nulla. Restò il vuoto — e quel vuoto ha retto meglio di qualsiasi battuta scritta a tavolino.

Da più di vent’anni il pubblico continua a chiedersi cosa si siano detti davvero. Nemmeno Coppola lo sa con certezza.

Forse è proprio questo il punto. Non tutto ha bisogno di una risposta per restare vero.

Yves Saint Laurent, l’uomo che ha vestito il potere delle donne

Orano, 1 agosto 1936. Una villa sul Mediterraneo, due...

Jeff Mills non ha mai parlato alla radio. Non ne aveva bisogno.

Dalla radio di Detroit al Limelight di New York: tre episodi verificati e poco noti sulla storia di Jeff Mills, il Wizard della techno.

Io e Annie

La vera storia dietro Io e Annie: dal giallo mai girato al montaggio riscritto, dai cameo reali di Truman Capote e McLuhan al cognome di Diane Keaton.

La voce di Pasolini è tornata nella casa dove tutto era cominciato

A Casa Colussi, Casarsa della Delizia, una sala immersiva restituisce voce e immagini di Pasolini nei luoghi dove nacque la sua opera.

Toy Story 5 e Minions & Monsters: due film, due idee opposte di cosa raccontare ai bambini

Toy Story 5 e Minions & Monsters arrivano nelle sale italiane a due settimane di distanza. Due modi opposti di raccontare l'infanzia, la stessa sensazione di deja vu.

Carl Cox: dai barattoli di fagioli al Capodanno vissuto due volte

Prima di toccare un giradischi da professionista, Carl Cox...

Pensavo di trovare Ziggy Stardust

Il Victoria and Albert Museum porterà in tour oltre cento oggetti dell'archivio di David Bowie. Dagli strumenti ai Post-it, un viaggio dentro il laboratorio creativo dell'artista.

L’onda che si è ritirata

A sette giorni dalla sfilata Louis Vuitton SS27 con l’onda artificiale di Pharrell Williams, la polemica sul caldo record a Parigi è già sparita dai radar. Cosa resta della storia.

Ultimi articoli

Categorie