Prima di toccare un giradischi da professionista, Carl Cox stipa barattoli di fagioli in un magazzino. Ci mette dentro anche gli anni da imbianchino, mentre la sua famiglia, arrivata dal Barbados a Manchester alla fine degli anni Sessanta, gli ripete che il lavoro sicuro viene prima di tutto.
Poi arriva il bivio. A 24 anni riceve 1.000 sterline dal Prince’s Trust, la fondazione del futuro Re Carlo, e con quei soldi compra il suo primo impianto da DJ. Da una parte 500 sterline a settimana da scaffolder, dall’altra 60 sterline da DJ autonomo, senza garanzie. Sceglie la seconda, e per anni non sa se è stata la scelta giusta: passa un intero decennio a suonare ai matrimoni, nelle sale parrocchiali, nei retrobottega dei pub, mettendo su “Holiday” di Madonna per far ballare zie e nonni che non sanno neanche il suo nome.
È in mezzo a quella gavetta silenziosa che alla fine degli anni 80, nei rave inglesi, decide che due giradischi non bastano più e ne aggiunge un terzo. Da lì nasce il soprannome “Three Deck Wizard”: un set che viaggia tra il breakbeat delle rave e il 4/4 della techno, senza sync, senza schermi, solo orecchio e tempismo.
Undici anni dopo quella notte al Sunrise, porta lo stesso istinto all’estremo. Il 31 dicembre 1999 suona a Bondi Beach, Sydney, per il countdown del millennio trasmesso dalla BBC. Appena finito il set corre su un jet privato, attraversa la linea del cambiamento di data e atterra a Honolulu in tempo per vivere un secondo countdown. Lo stesso Capodanno, due volte, in due continenti.
Quella fame di velocità e di rischio lo segue anche fuori dalla consolle. Nel 2013, in Nuova Zelanda, finanzia un piccolo team di sidecar che non ha i soldi per affrontare la stagione: è l’inizio della Carl Cox Motorsport, che oggi segue piloti professionisti come Michael Dunlop all’Isle of Man TT, mentre lui stesso corre nei dragstrip australiani. Lo stesso bambino che guardava le gare di sidecar a Brands Hatch, portato per mano dal padre, è ancora lì: cambia il rumore, resta la fame di ritmo.



