Alla Mostra di Venezia il colpo di scena lo firma Jim Jarmusch. Tutti si aspettavano che il Leone d’oro abbracciasse la tragedia di Gaza, e invece il premio più ambito è finito tra le mani di quell’americano spettinato e malinconico che da quarant’anni gioca a fare il poeta fuori tempo massimo. Father Mother Sister Brother è un film scarno, quasi fragile, sulle distanze famigliari che non si colmano mai. «Oh shit!», ha esclamato salendo sul palco, e in quell’imprecazione c’era tutta la sorpresa di un outsider che continua a vincere senza chiedere il permesso.
L’Italia, intanto, si porta a casa un trofeo che profuma di storia: Toni Servillo con la Coppa Volpi per La Grazia di Paolo Sorrentino. Con la sua solita ironia sorniona ha ringraziato l’amico regista, ricordando che “quel Presidente della Repubblica è una tua creatura”. Ma stavolta nelle sue parole si è infilata anche la Palestina, con un accenno alle navi della Global Sumud Flotilla. Perché Venezia resta una passerella, sì, ma non una bolla.
Il pubblico ha applaudito anche Gianfranco Rosi, che dodici anni dopo il suo Leone d’oro torna in laguna con Sotto le nuvole, documentario che guarda Napoli senza sconti. Premio speciale della giuria, a testimonianza che chi filma le ferite del mondo non è mai fuori gara.
Sul versante internazionale, il Gran premio della giuria è andato a The Voice of Hind Rajab, la piccola di Gaza che non c’è più ma che resiste attraverso le immagini. Kaouther Ben Hania ha usato il palco come megafono, trasformando la dedica alla Mezzaluna Rossa in un atto politico.
E poi la sorpresa orientale: Xin Zhilei, Coppa Volpi femminile per Sun Rises on Us All, che si è presentata con un semplice “Buonasera a tutti, sono un’attrice cinese”, realizzando un sogno coltivato per dieci anni.
Venezia ha chiuso con il videomessaggio del patriarca Pierbattista Pizzaballa, che ha parlato di odio e di pace come se stesse consegnando un ultimo premio: quello della responsabilità. Forse il più difficile da ritirare.



