Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

La libertà di parlarsi davvero

Da questo anno scolastico i cellulari sono vietati in classe. Una regola che molti discutono, ma che nasce da un’urgenza: i telefoni hanno cambiato il modo di stare insieme a scuola. Hanno cancellato quei vuoti che una volta erano pieni di vita.

C’erano momenti che oggi sembrano archeologia: il silenzio dopo una domanda, la pausa in cui un ragazzo cercava un nome che non arrivava, la memoria che faceva il suo lento lavoro. Era un vuoto che costringeva a pensare, e che diventava spesso occasione di confronto. Bastava uno sguardo al compagno di banco per sbloccare un ricordo, una parola detta a bassa voce che accendeva la classe intera.

E poi gli intervalli. Quel frastuono caotico, fatto di battute, confidenze, litigi, amori nascosti. Non era tempo perso, era la palestra della vita: lì si imparava a discutere, a raccontarsi, a litigare e a fare pace. Lì si costruivano le alleanze, si consolidavano le amicizie, si nasceva come comunità.

Oggi invece gli occhi restano bassi, piegati sullo schermo. Tra una lezione e l’altra non ci si parla più. Non c’è la risata che rompe il silenzio, non c’è il confronto improvvisato. Ognuno resta dentro il proprio rettangolo di vetro, come se il resto del mondo non esistesse. Le pause si sono svuotate: non di rumore, ma di vita.

E chi insegna lo vede. Sa che non è questione di disciplina, ma di umanità. Perché una scuola senza parole è una scuola che perde la sua voce. Una classe senza confronto non è comunità, ma somma di solitudini.

Bisogna restituire ai ragazzi ciò che i telefoni hanno tolto: la voce, lo sguardo, la memoria. E soprattutto la libertà di parlarsi davvero.

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