Su Sky è partita Euphoria 3 — Rue adulta, confine messicano, fentanyl nei vestiti. La stessa serata su Canale 5 sono tornati i Cesaroni — Giulio difende la bottiglieria, i figli sono cresciuti, la Garbatella è sempre quella.
I Cesaroni hanno vinto la serata. È una vittoria. È anche una sentenza.
Non sul pubblico, il pubblico prende quello che trova. È una sentenza su chi produce, su chi decide cosa mandare in onda, su quale idea di spettatore ha in testa la televisione italiana nel 2026. Un uomo che torna a casa, una famiglia che si riunisce, un quartiere che non cambia mai. Comfort totale, zero attrito. Niente che disturbi, niente che rimanga.
Dall’altra parte c’è una serie che, piaccia o no, ha una visione. Levinson ha cambiato tutto: pellicola 35mm e 65mm, luce aperta, paesaggi deserti al posto delle stanze buie. Ha costruito un’estetica precisa per raccontare una generazione precisa. Puoi discuterne, puoi trovarla eccessiva ma almeno c’è qualcosa da discutere.
Qualcosa in Italia esiste. Mare Fuori ha funzionato, gli 883 di Sydney Sibilia hanno commosso, Zerocalcare ha fatto ridere e pensare, Gomorra ci è andata vicino davvero. Ma nessuna di queste ti ha cambiato il modo di guardare le cose. Nessuna ha quella scena che rimane dieci anni dopo. Nessuna ha inventato un linguaggio. Buon artigianato, a tratti ottimo. Non visione.
Il punto non è che Euphoria sia migliore. Il punto è che non abbiamo quasi nient’altro. Non una serie italiana che parli ai ventenni di oggi senza trattarli come bambini o casi sociali. Non un racconto che prenda sul serio il disagio senza trasformarlo in fiction da prima serata per famiglie.
Non stupisce che i ragazzi guardino quello che guardano. Stupisce che dall’altra parte non ci sia ancora niente di indimenticabile.



