Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

365 giorni contro la violenza sulle donne

Non so a chi serva davvero un manichino vestito per spiegare la violenza. O a chi serva chiedere “come eri vestita?”. Oggi l’ho visto da vicino, in mezzo alla folla, e mi ha fatto lo stesso effetto di quando si prova a ridurre un terremoto alla crepa su un muro: una rimozione gentile, quasi estetica.

Il problema è che questo Paese continua a raccontare la violenza con un linguaggio che le assomiglia troppo poco. La immagina come un lampo improvviso, una spallata notturna, una gonna troppo corta. Ma la violenza non nasce lì: cresce lenta, nascosta, quotidiana. È un tono di voce che diventa abitudine, un controllo spacciato per amore, una manipolazione che si traveste da premura. È tutto quello che non fa rumore e proprio per questo dura anni.

E allora c’è una cosa che non tollero: il calendario. La “giornata contro la violenza sulle donne”, la “festa della donna”. Due ricorrenze nate dentro una cultura che resta maschile anche quando si finge protettiva — un patriarcato con la cravatta buona. Lo stesso sistema che fabbrica le scuse e poi le cerimonie, che permette i meccanismi e poi organizza i minuti di silenzio.

Una sola giornata non basta a niente. La violenza occupa tutto l’anno, si infila nelle case, nei lavori precari, nelle frasi che si tramandano come proverbi. E quando succede l’irreparabile, allora sì, ci ricordiamo le candele, le panchine rosse, i post indignati. Per ventiquattro ore. Poi si torna alla normalità, che è la parte peggiore della storia.

Non voglio ricordare la violenza un giorno all’anno. Voglio che sia un peso quotidiano. Che ci disturbi sempre. Che ci metta in discussione quando cresciamo, le figlie e i figli, quando scriviamo una mail, quando facciamo una battuta, quando parliamo d’amore come se l’amore fosse possesso.

Non esiste la “violenza sulle donne” come evento. Esiste una struttura che permette che accada. Ed è lì che si scava, tutti i giorni, non solo quando il calendario ce lo ricorda.

E c’è un’altra forma di violenza, più sottile, quella che non lascia lividi ma modella la testa: il linguaggio. Il maschile usato come neutro, come se il mondo fosse un corridoio dove la voce maschile passa per prima e tutte le altre si devono accodare. Una grammatica che sembra innocua e invece educa: dice chi conta e chi è di contorno.

Il patriarcato non vive solo nelle tragedie: vive nelle parole che scegliamo, nelle frasi che diventano norma. Una lingua che non nomina è una lingua che cancella. E cancellare, anche quando non lo si vuole fare, è già una violenza.

Finché non cambiamo questo, avremo giornate, slogan, manifesti. E una realtà che continua a sanguinare mentre finge di ricordare.

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