Tempi Moderni, 1936. Chaplin incastrato negli ingranaggi di una macchina che non lo lascia andare. Novant’anni dopo, Ricky di Ken Loach lavora per una piattaforma che lo considera autonomo ma lo sanziona per ogni ritardo, anche dal letto di un ospedale. Il cinema sul lavoro non è mai stato ottimista. Non perché i registi siano pessimisti. Perché il materiale non glielo permette.
Tempi Moderni (Chaplin, 1936) è il punto di partenza obbligato: il corpo che deve sincronizzarsi con la macchina fino a perdere il controllo dei propri riflessi, la risata con un retrogusto amaro che non è invecchiata di un giorno. La classe operaia va in paradiso (Elio Petri, 1971) aggiunge il corpo che si consuma, la fabbrica come unica identità possibile, la coscienza di classe che arriva tardi e fa male comunque. Sorry We Missed You (Ken Loach, 2019): la gig economy venduta come autonomia, lo sfruttamento camuffato da opportunità. Nomadland (Chloé Zhao, 2020) porta la precarietà nel paesaggio americano — il furgone, il magazzino Amazon a Natale, la barbabietola in primavera — la precarietà come condizione permanente, altro che fase transitoria. Parasite (Bong Joon-ho, 2019) chiude il cerchio: non è il classico film sul lavoro, e proprio per questo funziona. Una famiglia che si infiltra in un’altra, ruolo per ruolo, e il sistema che li ingoia entrambi.
Nessuno di questi film ti dice cosa fare. Non ti lasciano con una speranza bene impacchettata. Ti lasciano con una domanda che non finisce quando si accendono le luci.
Il primo maggio è oggi. Questi film erano già lì ad aspettarti.
Primo maggio: cinque film che non ti danno risposte
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