Il tennis italiano vive il suo momento migliore da anni. Sinner ha spostato l’asticella di un intero movimento: non più l’eccezione che dura una stagione, ma la prova che si può restare lì, in cima, senza complessi. Un’onda che ha investito circoli, ragazzini, allenatori. Il tennis in Italia oggi è una lingua viva.
E forse anche per questo Il maestro lascia un po’ di amaro. Arriva mentre il tennis sta cambiando pelle, e invece di cavalcare il presente sceglie un racconto educato, che non rischia niente.
Andrea Di Stefano torna dietro la macchina da presa dopo L’ultima notte di Amore, il noir milanese con Favino che nel 2023 aveva convinto per intensità e controllo. Prima ancora c’era stato Escobar (2014), il suo esordio alla regia, un thriller che guardava al cinema internazionale con ambizione e che gli era valso il premio per il miglior debutto alla Festa del Cinema di Roma. E poi The Informer (2019), action penitenziario girato negli Stati Uniti. Di Stefano viene dal cinema di genere, sa muoversi tra azione e tensione, ma con Il maestro cambia pelle: abbandona i toni scuri e prova la commedia agrodolce, il road movie nostalgico. È un passaggio rischioso, e si vede.
Felice Milella ha 13 anni, talento vero, e un padre che confonde la crescita con la gestione: tutto pianificato, tutto controllato, tutto finalizzato a un risultato. Il classico genitore che non capisce dove finisce il figlio e dove inizia il suo bisogno di rivincita. Felice invece si muove in silenzio: gioca, osserva, subisce.
Raul Gatti entra nella storia come il controcampo: ex tennista, un passato che pesa, una mente che scricchiola. Favino gli presta un corpo nervoso, pieno di scarti: euforia, crolli, scatti d’orgoglio, fughe. È credibile, ma a tratti sembra trattenuto da una sceneggiatura che gli chiede troppi cambi senza approfondire.
La relazione fra Raul e Felice è il cuore del film: un uomo in frantumi che prova a insegnare a un ragazzo come uscire dalla prigione paterna. Funziona? A metà. L’idea è forte, la direzione meno: Di Stefano sfiora il conflitto, lo suggerisce, ma raramente ci entra. Tutto trattenuto.
Il tennis è raccontato bene nell’atmosfera — alberghi poco glamour, tornei minori, campi polverosi. Meno le partite: il montaggio secco cerca l’intensità, ma non arriva. Manca il fiato, quella cosa che ti stringe lo stomaco quando segui uno scambio vero.
Chi sorprende è il giovane Tiziano Menichelli: sguardo pulito, presenza forte, una gravità naturale che regge il film quando Favino sbanda. È lui la rivelazione.
Il problema è che Il maestro vuole piacere: un po’ commedia, un po’ dramma, un po’ formazione. E quando provi a fare tutto, rischi di non lasciare niente. Si guarda, non cade, ma non resta. Il film sembra una partita a ping pong: va avanti e indietro tra toni, tra personaggi, tra passato e presente. Non si ferma mai, non prende posizione.
In un’Italia che, grazie a Sinner, Musetti e alle vittorie in Davis ha imparato ad attaccare invece di aspettare, il film sceglie la via più prudente. Rimane a fondo campo. Ordina i colpi. Non sbaglia, ma nemmeno colpisce.
Il maestro funziona, scivola via. Ma il punto lo fai quando hai il coraggio di avanzare.


