Bonnie ha otto anni e riceve un pacco. Dentro c’è Lilypad, un tablet a forma di rana che parla, gioca, decide. Da quel momento Woody, Buzz e Jessie diventano concorrenza.
Nello stesso periodo, a due settimane di distanza, arrivano nelle sale anche i Minions. Minions & Monsters li porta nella Hollywood degli anni Venti, tra il tramonto del muto e l’arrivo del sonoro. Un esperimento sugli effetti speciali finisce per aprire per errore un varco che libera creature vere. Non c’è nessuna tecnologia minacciosa qui: c’è il caos come stile di vita, e Hollywood stessa trattata come un enorme scherzo che si prende sul serio.
Due film per bambini, due filosofie che non potrebbero essere più distanti. Toy Story 5 protegge, rallenta, chiede attenzione per un tempo che si sta consumando. Minions & Monsters non protegge niente: corre, rovescia tutto, ride del proprio disastro. E sotto la superficie colorata, parlano soprattutto agli adulti in sala.
È il nucleo di Toy Story 5, il quinto capitolo di una saga che trent’anni fa ha inventato un modo nuovo di raccontare l’infanzia e oggi si ritrova a difenderla da uno schermo. La costruzione è quella di sempre: minaccia esterna, crisi del gruppo, ricomposizione finale. Cambia l’avversario, non la macchina narrativa. Jessie assume il comando dopo che Woody ha lasciato la stanza di Bonnie per aiutare i giocattoli senza proprietario, e la nuova sfida non ha un volto ostile come i cattivi dei capitoli precedenti: ha la voce gentile di un dispositivo che dice sempre la cosa giusta al momento giusto.
Minions & Monsters, dal canto suo, usa James e Henry come lente su qualcosa di più adulto — un’industria che si guarda allo specchio e si prende in giro da sola. I due diventano star del muto, vengono scaricati con l’arrivo del sonoro, e decidono di rifarsi girando un film di mostri tutto loro. È lì che arriva il disastro: un esperimento sugli effetti speciali fa scivolare la finzione nella realtà, e le creature evocate per lo schermo si ritrovano libere sul serio. Sotto lo slapstick per i più piccoli, per chi ha già visto qualche film di troppo c’è una satira precisa sul mito hollywoodiano, sul successo che diventa macchina, sul cinema delle origini raccontato con l’ironia di chi sa come è andata a finire.
Il problema arriva alle luci accese. Toy Story 5 lavora su un conflitto — gioco tradizionale contro schermo — che il cinema per famiglie ha già raccontato decine di volte, con altri nomi e altri pupazzi. Anche quando il film prova a essere preciso, a parlare di Bonnie esclusa per aver giocato con dei giocattoli invece che con il telefono, resta la sensazione di una variabile già vista altrove, solo con la grafica migliore.
Minions & Monsters si difende meglio, perché la sua natura è ripetersi: ascesa, caduta, caos, salvataggio. Qui la ripetizione non è un limite, è il motore. Il pubblico non chiede sorprese ai Minions. Chiede la stessa energia rilanciata più forte.
Resta la domanda scomoda, quella che nessuno dei due film prova davvero a risolvere: basta cambiare il pretesto — un tablet, un mostro fuggito da un set — per far sembrare nuova una storia che tutti conoscono già a memoria?



