Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Una battaglia dopo l’altra

Centoventidue minuti di cerimonia. Sei statuette a Paul Thomas Anderson. Michael B. Jordan che batte DiCaprio e Chalamet. Jessie Buckley che piange. Sean Penn che non si presenta — manda Kieran Culkin a ritirare il premio con una battuta secca: non poteva, o non voleva venire.

Nel mezzo, Javier Bardem sale sul palco e dice: “No alla guerra. Palestina libera.” Il pubblico applaude. Poi si va avanti.
Anderson, dal palco, dice che ha scritto il film per i suoi figli. Per scusarsi del disordine che la sua generazione sta lasciando nel mondo che passa loro.
Fuori dal Dolby Theatre, gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran. Il conflitto a Gaza non si ferma. Conan O’Brien apre la cerimonia dicendo di essere fiero di essere l’ultimo conduttore umano degli Oscar — ride, ma non scherza.
Il film dell’anno parla di rivoluzionari in fuga, di migranti nei centri di detenzione, di un governo che caccia i suoi cittadini. Anderson ha iniziato a scriverlo vent’anni fa. Non stava parlando di adesso — eppure è esattamente adesso.

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