Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Chi ha paura di Banksy

Reuters ha pubblicato il risultato di tre anni di indagini. Documenti di tribunale, registri di immigrazione, passaporti, testimoni. Il nome è Robin Gunningham. Oggi si chiama David Jones, uno dei nomi più comuni d’Inghilterra — scelta non casuale, evidentemente.
Sui social è partito il solito casino. Finalmente. Lo sapevo. Ve l’avevo detto.
Io mi sono chiesto: finalmente cosa?
Le opere di Banksy sono lì da decenni. Il Lanciatore di Fiori è su un muro a Gerusalemme, tra checkpoint e filo spinato, e parla ancora. La bambina col palloncino è stata distrutta in diretta durante un’asta da un milione di sterline — e quella distruzione è diventata l’opera più importante, rivenduta poi per venticinque milioni. Queste cose esistono. Respirano. Non hanno bisogno di un nome anagrafico per farlo.
Eppure qualcuno le guarda e pensa: sì, belle, ma chi le ha fatte?
Ecco la domanda che mi interessa davvero. Non chi è Banksy — ma chi è quello che vuole saperlo a tutti i costi. Quello che segue ogni pista, condivide ogni indiscrezione, e stamattina ha riletto tre volte l’articolo di Reuters con una soddisfazione difficile da nominare.
Forse è questo il punto. In un’epoca in cui ogni pensiero va postato e ogni pasto fotografato, uno che dipinge sui muri di notte e sparisce è qualcosa che non torna. Non quadra. Esiste senza chiedere il nostro permesso di esistere. E questa cosa, evidentemente, non la sopportiamo.
Non è curiosità. La curiosità è leggera, aperta. Questo è altro — è il bisogno di chiudere un conto che lui non ha mai aperto.
Il suo ex manager Lazarides ha detto una cosa bella e un po’ triste: che nel tempo l’anonimato era diventato una malattia. Che ognuno aveva nella testa la propria versione di Banksy — un eroe popolare con un volto diverso per ciascuno. Adesso quel volto ha una carta d’identità. E quelle milioni di versioni sono morte tutte insieme stamattina.
Non so se Robin Gunningham sia contento o no. Ha già detto la sua, anni fa: “Non esiste nessun Robin Gunningham. Quel nome l’ho ucciso anni fa.”
Un uomo che si è inventato la propria morte per continuare a esistere come voleva.
E noi che scaviamo nelle tombe, soddisfatti.

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