Notte sul cantiere. All’alba va gettata la colata di cemento più grande del decennio, e non si rimanda. Joseph Cross la sorveglia da una vita, lavori così. Poi il telefono. Il volto si ferma. Sale in macchina e prende l’autostrada per Parigi.
Da lì non lo molli più. Settantasei minuti dentro un abitacolo, un uomo solo, gli altri ridotti a voci nel cellulare.
Gilles Bourdos rifà Locke, il film con cui nel 2013 Steven Knight aveva chiuso Tom Hardy in una BMW per un’intera notte. Qui la macchina è una Renault. Sembra niente, e invece dice tutto: la storia viene riportata a una misura francese, ordinaria, di periferia. Knight è rimasto, fa il produttore associato. I francesi l’hanno voluto dentro apposta, a validare ogni passaggio del rifacimento. La sceneggiatura segue l’originale quasi inquadratura per inquadratura.
Una cosa però Bourdos la cambia, e lo fa nel nome. In inglese l’uomo si chiamava Locke, bloccato, uno che ha già deciso e tira dritto. In francese diventa Cross. L’incrocio, la croce, la scelta. Lo scarto è tutto qui. Un uomo che attraversa.
Il cemento regge l’intero film e poi gli si rivolta contro. Fondamenta, solidità, una vita in ordine. Béatrice partorisce a Parigi un figlio nato da una notte sola. Catherine, la moglie, prende la confessione al telefono e gliela restituisce con una frase che pesa più di tutto il resto, tutta la differenza che c’è tra una sola volta e mai. I figli aspettano il padre per la partita. Il capo minaccia. L’assistente terrorizzato non sa gestire la colata. E intanto Joseph parla pure con suo padre, morto, che lo aveva lasciato da bambino. Monologhi rivolti allo specchietto retrovisore, l’unica regia che il film si concede.
Vincent Lindon tiene tutto con la faccia ruvida e le mani. Non recita la disperazione, la lascia passare dallo sguardo, da una piega della voce, da un corpo che resta fermo mentre la vita di prima si stacca a pezzi. Ha guidato per sei notti vere in autostrada, rispondendo ai partner in diretta al telefono. Quel suono spontaneo viene da lì. Bourdos ha raccontato che il film è nato all’incontrario: il produttore voleva Lindon, e da quell’attore è venuto giù tutto il resto.
Le voci che non vedi pesano quanto il volto che vedi. Catherine è Emmanuelle Devos, e il personaggio qui è più grande che nell’originale, dove era Ruth Wilson. Béatrice ha il timbro di Pascale Arbillot, che nel film inglese era di Olivia Colman. I due figli li doppiano Milo Machado-Graner, il ragazzino di Anatomia di una caduta, e suo fratello Solàn. Nel Locke di Knight erano un giovanissimo Tom Holland e Bill Milner. C’è perfino Cédric Kahn, regista, prestato a una telefonata.
Sopra a tutto c’è la luce. La firma Mark Lee Ping-bing, taiwanese, l’uomo che ha messo in immagini In the Mood for Love di Wong Kar-wai e mezzo cinema di Hou Hsiao-hsien. Per Bourdos è il quinto film insieme. Prende i caselli, le tangenziali, le insegne della periferia di notte, e con due tocchi di colore e i riflessi sul parabrezza fa dell’autostrada uno stato d’animo. È l’unico paesaggio che a Joseph resta.
A che serve rifare un film così, quasi identico. Bourdos dice che il suo finale arriva in un punto diverso da quello di Knight. Chi conosce Locke lo verifica da sé. Magari.
Gli altri trovano un uomo solo, una notte sola, e fondamenta tenute in piedi per anni che bastano poche ore a incrinare.



