Chi ama il cinema lo sa: ci sono attori che diventano parte della tua memoria, come se fossero stati sempre lì, accanto alla tua vita. Kim Novak è una di questi. Non importa se hai visto Vertigo al cinema, in tv o su un vecchio DVD graffiato: quella donna resta addosso, con la sua bellezza fragile e magnetica, con il mistero che non si lascia mai decifrare fino in fondo.
Ieri, alla Mostra di Venezia, le hanno consegnato il Leone d’Oro alla carriera. Non un premio qualunque, ma un atto di riconoscenza verso chi ha saputo incarnare il cinema stesso. Sul palco del Palazzo del Cinema, Novak non era una leggenda distante: era una donna in carne e ossa, accolta da un applauso lungo, vero, che sembrava non finire mai.
A raccontarla è stato Guillermo del Toro. E non poteva che essere lui: un regista che vive di ossessioni, di fantasmi, di corpi che custodiscono segreti. Con la sua laudatio ha ricordato come Novak non sia mai stata solo un volto, ma un enigma. Una presenza che ha cambiato per sempre il modo di guardare lo schermo.
Dopo la cerimonia, il pubblico si è immerso di nuovo in Vertigo, riletto da Alexandre O. Philippe in un documentario che mette Novak al centro. Non Hitchcock, non il mito del regista: lei. Il suo volto, i suoi silenzi, la sua vertigine.
Intanto Del Toro, Leone d’Oro nel 2017 con The Shape of Water e di nuovo in concorso quest’anno con Frankenstein, sembrava chiudere un cerchio: Novak premiata per aver incarnato l’inquietudine, lui che la rilancia con nuove forme e nuove creature.
Ma la verità è che ieri al Lido si celebrava quel legame inspiegabile che il cinema crea: la capacità di un volto, di una voce, di restare dentro di noi anche quando il tempo passa. Novak, con i suoi occhi che non smettono di chiedere e di confondere, è ancora lì a ricordarcelo.



