Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Niente smartphone prima dei 13 anni (ma il problema non è il telefono)

Il 19 novembre 2025 al Senato, la Società Italiana di Pediatria ha presentato le nuove linee guida. Hanno analizzato seimilaottocento studi. La conclusione? Niente smartphone personale prima dei tredici anni. Internet solo sotto supervisione. Social media da evitare il più possibile, idealmente fino ai diciotto.

Rino Agostiniani, presidente della SIP, ha detto una cosa che dovrebbe far riflettere: “Ogni anno in più senza smartphone è un investimento nella salute del bambino”. I numeri gli danno ragione. Trenta minuti in più davanti a uno schermo raddoppiano il rischio di ritardi nel linguaggio sotto i due anni. Due ore al giorno aumentano del sessantasette per cento il rischio di obesità negli adolescenti. L’ottantanove per cento degli adolescenti dorme con il cellulare in camera.

Dovremmo alzarci dalla sedia leggendo questi dati. Invece? Il settantotto per cento dei ragazzi tra gli undici e i tredici anni è già su Internet. Tutti i giorni.

Tutti sanno che fa male. Eppure continuiamo a dare smartphone ai bambini come fossero caramelle. I genitori si lamentano: i figli non li ascoltano più, stanno sempre con la testa chinata sul telefono. Ma scusa, chi gliel’ha dato?

Il divieto da solo non serve a niente se poi nessuno spiega perché esiste. Puoi vietare lo smartphone fino ai quattordici anni, ma se a un ragazzino non hai insegnato cosa significa stare bene con se stesso, il giorno che gli dai il telefono è comunque troppo presto. Punto.

Abbiamo lasciato soli i ragazzi con uno strumento che non sanno gestire. E non è colpa loro. È uno strumento progettato per tenerli incollati. Dopamina a raffica per dieci secondi, poi il vuoto.

Allora forse invece di discutere a che età dare lo smartphone, dovremmo discutere di come prepariamo i ragazzi. Educazione digitale obbligatoria nelle scuole, va bene. Ma serve anche altro. Valutazione psicologica periodica per tutti gli adolescenti. Come il certificato medico per fare sport. Non per controllarli, ma per intercettarli quando stanno male. Prima che un ragazzino passi sei ore al giorno su TikTok cercando di riempire un vuoto che nessuno ha visto.

Perché diciamocelo: un ragazzino che sta bene non ha bisogno di stare sei ore sui social. Se lo fa, non è colpa del telefono. È che sta male e nessuno se n’è accorto.

Il ministro Valditara ha vietato i cellulari in classe. C’è una petizione con più di mille firme per vietare lo smartphone sotto i quattordici anni. Ok. Ma se poi non costruisci alternative vere? Psicologi nelle scuole che funzionano davvero, non fantasmi che vedi una volta l’anno. Genitori formati, non genitori che danno il telefono ai figli per avere pace.

I pediatri hanno fatto la loro parte. Hanno scritto nero su bianco quello che la scienza dice da anni: lo smartphone a un bambino fa male. Adesso tocca a noi. Vogliamo ascoltarli o continuare a far finta di niente mentre una generazione intera cresce con l’ansia e il sonno distrutto?

La domanda non è a che età dare lo smartphone. La domanda è: siamo disposti a investire sulla salute mentale dei ragazzi o continuiamo a mettere cerotti su ferite che noi stessi teniamo aperte?

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