Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

I cinema-club sotterranei

In Italia ci sono ancora posti dove il cinema non è un prodotto da consumare come un panino. Lo respiri, ti ci siedi dentro, ci resti anche dopo che finisce il film. Non hanno insegne, non li trovi su Google Maps, e se chiedi “cosa proiettano?” la risposta è quasi sempre un’alzata di spalle: dipende da chi passa. Sono cinema-club sotterranei, spazi che campano per ostinazione più che per business. Gente che tiene su un proiettore come fosse un altare, che apre quando può e chiude quando deve, che non ama la clandestinità ma ci convive, perché i diritti d’autore non perdonano nessuno.

Napoli, come sempre, ci arriva prima degli altri. Nel ’67 nasce la CCI, un’idea folle e semplice: far girare cinema indipendente dove c’era spazio, anche una stanza con le sedie spaiate. Alfredo Leonardi raccontava che bastava un 16mm e la voglia di fare. Il resto lo metteva la città. Poi Roma, il Filmstudio, via degli Orti d’Alibert. Un buco umido diventato santuario: Grifi, Baruchello, Sarchielli. All’epoca erano solo ragazzi che avevano bisogno di un posto dove sbagliare in pace.

Negli anni ’70 esplode tutto: Anna di Grifi e Sarchielli, girato come si poteva, montato come si riusciva, diventa quasi un manifesto. Cinema fatto con niente ma fatto con urgenza — quella che oggi non si vede più. Negli ’80 e ’90 si mescola tutto: punk, new wave, controcultura vera.

A Napoli c’erano posti che oggi racconteresti come leggende: Seventh Sky, Trilogy, Room Kay. Ma il Diamond Dogs era un pianeta a parte — un locale che portava l’Europa underground nel ventre della città. Poi arrivano i centri sociali. Officina 99, lo Ska, il damm. Spazi, organismi viventi. Il cinema lì era dibattito, litigi, birre calde, fumo denso e un film che iniziava quando qualcuno decideva di accendere il proiettore.

E oggi? Non è finita. È solo cambiato il ritmo. A Trieste La Cappella Underground tiene viva una tradizione lunga mezzo secolo. A Napoli c’è CasaCinema, che ha rimesso al centro l’idea di vedere un film e poi parlarne, non scappare. A Roma spunta The Cineclub, nato in una tipografia abbandonata. A Milano riapre Noise – Il Cinemino, un posto che ti fa capire che la cultura non ha bisogno di permesso.

Perché esistono ancora? Perché fuori c’è lo streaming, i contenuti “consigliati per te”, tutto veloce, tutto compresso. Questi posti invece chiedono lentezza. Chiedono presenza. Chiedono gente che ancora crede che un film, se lo guardi con altri, ti resta addosso. Sono fragili e per questo sono nascosti. Sono imperfetti e per questo sono veri. E ogni tanto, quando entri in una di queste sale, luci basse, sedie scomode, il ronzio della macchina… ti ricordi perché il cinema è nato: per stare insieme al buio, in silenzio, e vedere cosa succede.

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