Oggi ho letto sul giornale che Nathan e Catherine, quelli della famiglia nel bosco, avevano 128 euro sul conto al 31 marzo. L’ho letto su un titolo. Anzi, l’hanno letto tutti. È finito ovunque.
Un numero sbattuto in prima pagina come se fosse la prova di qualcosa. Ma di cosa? Che sono poveri? Che non sanno gestire i soldi? Che mettono a rischio i figli?
Io sto sotto col conto in banca e che devo dire?
Non sono i 128 euro il problema. Quel numero potrebbe significare tutto o niente – magari avevano appena pagato qualcosa, magari gli bastano così, magari hanno altre risorse. Ma a chi importa. Quel numero è diventato la pistola fumante. La conferma. Ecco, vedi? Lo sapevo.
Quello che fa paura è la visibilità. I titoloni. La gogna pubblica.
Noi italiani facciamo paura.
Abbiamo trasformato una famiglia in uno spettacolo. Non importa cosa facciano Nathan e Catherine, non importa se hanno ragione o torto, se i figli stavano bene o male. Conta solo che sono stati scoperti. Qualcuno ha aperto la porta, ha mostrato tutto, e la folla si è scatenata.
Noi italiani amiamo guardare. Stare dietro la porta, con l’orecchio incollato al legno, e spiare. Quando qualcuno viene scoperto, urliamo. Forte. Più forte che possiamo. Non è che ci importi davvero di quella famiglia. Ma finché urliamo contro di loro, nessuno guarda noi.
Dentro casa facciamo le peggio cose. Bambini parcheggiati davanti alla TV otto ore al giorno. Ragazzini con il telefono in mano a dodici anni che guardano roba che non dovrebbero vedere. Famiglie che si sfasciano tra urla e piatti rotti. Padri assenti. Madri esauste. Figli infelici che nascondono tutto dietro una PlayStation.
Va bene però. È normale. Lo fanno tutti. Non finisce sui giornali.
Poi arriva uno che vive diverso. Uno che dice “io voglio stare nel bosco, voglio crescere i miei figli lontano da tutto questo”. Scatta la caccia. Non ha sbagliato niente – è solo diverso. E il diverso fa paura.
Nathan e Catherine sono stati esposti e messi a nudo. Il casolare fatiscente, l’intossicazione da funghi (come se non capitasse ovunque, anche in città, anche con i funghi del supermercato), i bambini a studiare con la mamma. Tutto pubblico. Tutto commentato. Tutto giudicato.
Noi cosa abbiamo fatto? Ci siamo eccitati. Come guardoni bavosi che vedono qualcuno nudo per strada e invece di voltarsi, si avvicinano. Guardano, commentano e ridacchiano.
“Guarda come vivono. Guarda come stanno. Poveri bambini.”
Poveri bambini un cazzo. I bambini nessuno li ha mai visti davvero. Nessuno sa se erano felici o tristi, se stavano bene o male. Quello che sappiamo è che ora sono stati strappati via e messi in una casa famiglia. La madre li vede solo ai pasti. In un’altra stanza.
Va bene però. Almeno non vivono più nel bosco. Almeno ora sono normali.
Io non so se Nathan e Catherine siano bravi genitori. Non sta a me giudicare
Ma una cosa la so: chiunque decide della felicità dei propri figli. Ognuno a modo suo. C’è chi li porta al McDonald’s ogni settimana. Chi gli compra la Xbox. Chi gli mette il tablet in mano a tre anni. Chi li iscrive a mille attività per tenerli occupati. Chi li lascia crescere davanti a uno schermo.
Tutto normale.
Ma se uno decide di crescerli nel bosco, allora no. Allora è un mostro.
Non sto dicendo che Nathan e Catherine abbiano ragione. Non sto dicendo che i servizi sociali abbiano torto. Magari i bambini avevano davvero bisogno di socializzare di più. Magari dovevano andare a scuola. Magari quella vita era troppo isolata.
Non lo so. E non lo sa neanche la folla che urla.
Abbiamo trasformato una famiglia in intrattenimento. In uno show. In qualcosa da guardare, commentare, giudicare. Questo fa schifo.
La verità è che noi italiani abbiamo paura. Paura di essere scoperti. Paura che qualcuno apra la nostra porta e guardi dentro. E veda che anche noi, dentro casa, facciamo cose che non dovremmo fare.
Allora urliamo contro chi viene scoperto. Così nessuno guarda noi.
E magari poi quando ci scappa il morto, schiacciato dal clamore, tutti si girano dall’altra parte perché magari “E mica è colpa mia che ho detto – ucciditi – sei tu che eri debole.
Nathan e Catherine vivevano nel bosco. Noi viviamo nascosti dietro porte chiuse e abbassiamo le tende. Facciamo le stesse cose che giudichiamo negli altri, solo che le facciamo in privato. Al sicuro e dove nessuno ci vede.
Quando qualcuno viene esposto, ci eccita. Non siamo noi.
I 128 euro sul conto non sono il problema. Che tutti lo sappiano, questo è il problema. Che sia stato messo in prima pagina. Che sia diventato prova di qualcosa.
Il guardionismo. La folla che sbava. L’ipocrisia di chi urla contro il diverso mentre fa peggio, ma in segreto.
Siamo noi il problema. Noi italiani che facciamo paura.
Non abbiamo paura del male che si fa ai bambini. Abbiamo paura del diverso e questo ci rende complici di un sistema che protegge chi si nasconde bene e distrugge chi osa essere visibile.
Nathan e Catherine sono diversi. Per questo devono essere puniti.
Non hanno fatto male. Sono stati scoperti.
E noi, che facciamo male ogni giorno, continuiamo a urlare. Così nessuno guarda dalla nostra parte.


