Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Easy – L’uomo che si è perso per ritrovarsi

Isidoro ha trentacinque anni, troppi chili e una depressione che gli ha mangiato la vita. Lo chiamano Easy. Non perché sia facile. Perché è la cosa più comoda da dire quando non sai cosa fare di una persona.

Era un pilota di go-kart. Promessa vera. Poi ha smesso. Si è addormentato a pochi metri dal traguardo durante una gara importante e non ha mai saputo spiegarsi perché. Da quel giorno: divano, Playstation, psicofarmaci. La madre — Barbara Bouchet, perfetta — che gli porta da mangiare in silenzio.

Poi arriva il fratello Filo — Libero De Rienzo, in uno di quei ruoli che sapeva fare meglio di chiunque: lo stronzo con grazia. Un operaio ucraino è morto nel suo cantiere. La bara va riportata in Ucraina. Veloce, prima che qualcuno indaghi. E chi la guida? Il fratello catatonico. L’unico che sa tenere un volante.

Easy parte con un GPS, una mela e il cappotto della madre. Alla dogana mostra i documenti del morto. Gli rubano il carro funebre. Resta solo con la bara. E qui il film diventa un’altra cosa: carica la cassa su un trattore, fa l’autostop col feretro, finisce a cavalcioni della bara in mezzo a un fiume. Surreale. Tenerissimo.

Nicola Nocella è straordinario. Venti chili presi per il ruolo. Ma non è il corpo: è lo sguardo. Vuoto all’inizio, vivo alla fine. Candidato al David di Donatello. Meritava di vincerlo.

Andrea Magnani, all’esordio, sa dove mettere la macchina da presa e quando toglierla. I Carpazi non sono sfondo. Sono stato d’animo. E il tono non è mai sguaiato, mai furbo, mai compiacente.

Presentato al 70° Festival di Locarno, incassati 307mila euro in sala. Niente. Ma Easy è quel film che ti si siede accanto senza fare rumore, e quando finisce qualcosa si è spostato dentro. Lo trovi in streaming. Cercalo.

Arriva sempre chi non ha fretta di tornare indietro.

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