C’è un cinema che racconta il caos con il rumore. Wes Anderson lo racconta con la simmetria. The Grand Budapest Hotel è un film di cipria, precisione e malinconia, dove ogni dettaglio è levigato come una vetrina di pasticceria. Sotto, qualcosa si sta rompendo.
Presentato in apertura alla Berlinale il 6 febbraio 2014, ambientato nella repubblica immaginaria di Zubrowka, segue il leggendario concierge M. Gustave, interpretato da Ralph Fiennes, e il giovane lobby boy Zero Moustafa. Un furto, un’eredità contesa, una lunga scia di disastri molto eleganti.
La storia si apre con un racconto nel racconto: uno scrittore incontra il vecchio Zero, che ripercorre gli anni passati al Grand Budapest accanto a Gustave, in una stagione ancora raffinata e già prossima al collasso.
Alla morte della ricca Madame D., Gustave eredita un dipinto prezioso, Boy with Apple. Da lì: un’accusa di omicidio costruita ad arte, una caccia all’uomo, una famiglia feroce, un mondo che cambia più in fretta di quanto lui possa accettare.
La costruzione a capitoli, i cambi di epoca, l’umorismo secco trasformano una storia di perdita in una commedia amara sulla fine di un continente. Fiennes rende Gustave vanitoso, impeccabile, sentimentale, e mai caricatura. Intorno a lui un cast che sembra uscito da un romanzo illustrato: Tilda Swinton, Adrien Brody, Willem Dafoe, Saoirse Ronan, Bill Murray, Jeff Goldblum, Edward Norton, F. Murray Abraham.
Anderson ha dichiarato apertamente il debito con Stefan Zweig, e non è una citazione ornamentale. Dal grande scrittore austriaco il film prende la nostalgia per un’Europa raffinata e fragile, già segnata dalla rovina prima ancora di crollare. Tutto sta in equilibrio per un istante. Poi la Storia rimette le mani addosso alle cose.
Anderson ricostruisce gli spazi come modellini di una memoria ideale: interni pastello, simmetrie geometriche, movimenti di macchina che sembrano coreografie. Molti paesaggi e diverse scene d’azione sono miniature artigianali in scala, e questo dà al film una qualità tattile, quasi manuale, lontana dal realismo digitale.
Boy with Apple è un’opera commissionata da Anderson al pittore britannico Michael Taylor apposta per il film. È diventato così iconico da vivere ormai come oggetto autonomo della cultura pop.
Anderson chiese al cast di non tagliare barba e capelli prima delle riprese, per scegliere sul set le versioni più adatte dei personaggi. Una piccola follia organizzata, perfettamente coerente.
Zubrowka, il nome della repubblica fittizia, richiama una vodka polacca reale.
Le riprese principali si sono svolte a Görlitz, in Germania. Il grande magazzino storico della città, costruito nel 1913, è diventato la hall dell’hotel: per questo il film ha quella sensazione di essere monumentale e artigianale insieme. Anderson non ha girato un mondo, lo ha abitato.
Alla Berlinale 2014 il film vinse l’Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria. Poi l’uscita in sala: distribuzione limitata negli Stati Uniti dal 7 marzo, ampia dal 28 marzo, in Italia ad aprile 2014. Quattro Oscar l’anno dopo, tutti tecnici: scenografia, costumi, trucco, colonna sonora.
Perché tiene insieme pubblici diversi: il cinema d’autore, il costume, l’artigianato scenografico, l’immaginario europeo. E perché sotto la superficie leggera c’è una malinconia ostinata, che parla di memoria, classe, perdita, del bisogno di conservare un po’ di bellezza mentre tutto cambia.
È per questo che resta un classico moderno: tiene insieme forma e dolore senza farli mai litigare.



