Ho guardato Diamanti come si guarda una finestra appannata: sapevo che c’era qualcosa dall’altra parte, ma dovevo avvicinarmi per vederlo bene.
Il film di Ferzan Özpetek è ambientato in una sartoria romana, popolata da donne, stoffe, silenzi e rancori tenuti in ordine come i rocchetti di filo. Una storia corale che sembra girare su se stessa, senza urgenza, senza un punto di arrivo dichiarato. Eppure non riesci ad alzarti dalla sedia.
Il segreto sta in un bambino.
Simone si aggira per la sartoria come un’ombra con gli occhi aperti. Non fa, non parla, non decide. Guarda. E guardando, vede tutto quello che gli adulti si sono dimenticati di nascondere: il desiderio, la gelosia, l’affetto che non sa dire il proprio nome. Ho capito tardi — o forse ho capito subito ma volevo aspettare — che quel bambino è Özpetek stesso. Il regista che è stato prima di diventare regista. Cresciuto tra donne a Istanbul, in una casa dove i suoni della chiesa si confondevano con quelli del muezzin, in un quartiere dove la diversità era il paesaggio, non l’eccezione.
Diamanti è un film autobiografico che non lo dice mai.
E poi c’è la scena finale. Özpetek, sul set ormai vuoto, trova una sfera di vetro con un pesciolino rosso. La tiene tra le dita, la solleva verso la luce. Il mondo visto attraverso quella pallina è deformato, dilatato, irriconoscibile — eppure più vero di quello reale. È la stessa cosa che fa una cinepresa: non copia la realtà, la attraversa, la piega, la restituisce con una luce che non esisteva prima. Quella sfera è il suo sguardo da bambino. La cinepresa è lo stesso sguardo da adulto. È con quello che ha fatto tutti i suoi film.
L’attrice assente — il personaggio che manca senza essere mai nominato — pesa su ogni scena come pesa una madre quando non c’è. Non viene spiegata. Non viene risolta. Resta lì, come un bordo non rifinito su un abito altrimenti perfetto. Özpetek lo sa fare: lasciare i vuoti al posto giusto.
Diamanti ha vinto il David dello Spettatore 2025. Ha incassato oltre 10 milioni di euro. Sono numeri che di solito appartengono ai film che non lasciano niente. Questo, invece, lascia.



