Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Buen camino – di Checco Zalone

Checco Zalone torna e ride di tutto. Senza filtri, senza chiedere permesso. Politicamente scorretto come sempre, quando basta poco per scatenare una shitstorm. Vedere qualcuno che se ne frega è ossigeno puro.

Checco è un ricco erede. Soldi non suoi, vita non costruita, tutto arrivato grazie ai sacrifici del padre. E invece di nasconderlo, lo esibisce. Si vanta. Confonde l’eredità con il merito, il privilegio con il diritto acquisito.

Checco sa benissimo che non ha fatto nulla per meritarsi quello che ha. E non gliene frega niente.

Ha lasciato la ex moglie per una donna più giovane. Regola ferrea: le compagne devono avere la metà dei suoi anni. Perché quando hai i soldi, puoi permetterti anche questo: cambiare partner come cambi macchina. Sempre più nuova, sempre più accessoriata.

Nessuna vergogna. Nessuna giustificazione. Solo sfacciataggine allo stato puro.

La ex moglie se n’è andata con un palestinese, un intellettuale regista impegnato. Checco ne parla così, con due agenti delle forze dell’ordine: “È l’unico palestinese che occupa un territorio a Gaza, gaza mia.”

Questa battuta vale il biglietto. Prende un conflitto mondiale, una tragedia geopolitica, e la ribalta in rancore domestico. Non sta facendo politica, sta facendo satira: l’italiano medio che trasforma la storia in egoismo personale.

È scorretto? Sì. Offensivo? Probabilmente. Fa ridere? Assolutamente.

Il film funziona perché parla del vuoto. Non quello mistico dei pellegrini — quello più banale: il vuoto di un padre che non ha mai guardato sua figlia. Che l’ha messa al mondo ma non ha vissuto con lei. Che ha preferito la fidanzata giovane, i soldi, il comfort.

La figlia sparisce. Scappa sul Cammino di Santiago. E Checco deve seguirla. Camminare per ritrovarla. Letteralmente.

Ed è l’unica cosa che ha senso. Se vuoi ritrovare qualcuno che hai perso, devi muoverti. Devi camminare. E camminando, forse, ritrovi anche te stesso.

Il Cammino di Santiago funziona. Zalone non lo usa come cartolina turistica. La fatica è vera, gli incontri casuali sono credibili, i momenti di silenzio pesano.

Mentre Checco cammina, ti viene voglia di farlo anche a te. Non per trovare Dio o per “ritrovarti” — lasciamo queste frasi ai post motivazionali — ma per camminare. Sentire il corpo che si muove, la fatica che pulisce la testa, il silenzio che smette di fare paura.

Buen Camino non è perfetto. È sporco, disuguale, a tratti ingenuo. Ma è vivo.

C’è però un problema. Dal terzo film in poi, Zalone racconta sempre la stessa storia:

Cado dalle nubi (2009): Puglia-Milano.
Che bella giornata (2011): unico film senza viaggio. Resta al nord.
Sole a catinelle (2013): Kenya.
Quo vado? (2016): Italia, Polo Nord, Norvegia, Africa.
Tolo Tolo (2020): Africa, deserto.
Buen Camino (2025): Cammino di Santiago.

Sempre uguale:

  1. Checco sta bene (o male) in Italia
  2. Succede qualcosa
  3. Viaggio lontano
  4. Incontro con “gli altri”
  5. Checco cambia (forse)
  6. Satira + canzone

Che bella giornata dimostrava che Zalone poteva raccontare un cambiamento anche restando fermo. Poi ha capito che il viaggio vende. E ha ripetuto la formula.

È una scelta commerciale. Ma dopo quattro film identici, riconosci i meccanismi. E quando li riconosci, la magia si spezza.

Buen Camino funziona. Perché il viaggio ha senso: un padre cerca sua figlia. Perché la satira è ancora affilata: quella battuta su Gaza vale da sola il prezzo del biglietto. Perché il Cammino è vero. E ti viene voglia di partire.

A fine proiezione, il pubblico ha applaudito. E al pubblico va bene così. Soprattutto a Natale.

Forse Zalone è prevedibile. Ma è prevedibile in un modo che ancora fa ridere, che ancora tocca, che ancora osa.

Almeno finché non farà il settimo film con la stessa trama.

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