Ci sono romanzi che scelgono la misura bassa, quasi un tono di voce. A parte te è così: non forza la mano, non vuole commuovere a tutti i costi. Racconta vite ordinarie, con le loro crepe e malinconie, senza sconti né abbellimenti.
Napoli non fa da cornice: è presenza viva, inevitabile. Le strade del Vomero, i bar di quartiere, il traffico che inghiotte e restituisce, sono parte della trama quanto i personaggi. Tenerife è l’altrove che promette leggerezza ma che alla fine lascia solo domande in sospeso.
Simone e Ludovica sono veri perché imperfetti. Li immagini al bar, in Vespa, tra gli amici che parlano troppo. Non hanno nulla di epico: sono due ragazzi che inciampano, esitano, si perdono e si ritrovano. E forse proprio per questo restano impressi.
Il romanzo non offre soluzioni né morali. Ti lascia addosso il sapore delle assenze, delle occasioni che si consumano. Mostra l’amore per quello che è: fragile, mobile, capace di finire e insieme di restare.
A parte te lavora in silenzio, si insinua sotto pelle e non se ne va. E’ autentico, ed è proprio lì che trova la sua forza.
Consigliato a chi non cerca la favola, ma un libro che somiglia alla vita: imperfetto, malinconico, vero.


