Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Natale 2025: tutti fenomeni grazie all’IA (o quasi)

Questo Natale tra messaggi di testo, foto e video siamo diventati tutti dei fenomeni. Grazie all’intelligenza artificiale, s’intende. Non serve più saper scrivere, fotografare o montare: basta un’app, tre tap sullo schermo, e il gioco è fatto. Risultato? Auguri personalizzati che sembrano usciti da un’agenzia creativa, selfie ritoccati con filtri che cancellano occhiaie e brufoli come per magia, video delle feste con effetti speciali degni di Spielberg. Tutto perfetto, tutto lucido, tutto un po’ finto.

Da un lato c’è chi si diverte, chi sperimenta, chi usa l’IA come un giocattolo nuovo e ci ride sopra. Auguri scritti in rima perfetta da ChatGPT, foto di famiglia dove tutti sembrano usciti da Vogue, montaggi video con transizioni fluide che manco i professionisti. Il problema è che tra un filtro e l’altro, tra una correzione automatica e un messaggio generato al volo, ci stiamo dimenticando cosa vuol dire essere mediocri. E la mediocrità, quella sana e umana, è parte di noi. È l’errore di battitura nel messaggio natalizio, la foto mossa del pranzo, il video traballante del brindisi. È autenticità.

Ma c’è qualcosa di più grave: ci stiamo disabituando a osare. Prima scrivevi un messaggio imperfetto  magari banale, ma tuo. Adesso lo fai scrivere all’algoritmo perché “viene meglio”. Prima facevi una foto brutta e la mandavi lo stesso, perché era quella, era vera. Adesso passi dieci minuti a sistemare ogni dettaglio, perché senza filtro non ti piaci abbastanza. L’IA non ti sta solo aiutando: ti sta convincendo che la tua versione grezza non vale niente. Che devi sempre migliorarti, correggerti, ottimizzarti. E in mezzo a tutto questo perfezionismo algoritmico, abbiamo smesso di fidarci del nostro sguardo.

Sia chiaro: l’intelligenza artificiale è un ottimo strumento. Il punto non è demonizzarla, ma capire come usarla. Magari un giorno, prendendo consapevolezza, potrebbe davvero amplificare i nostri punti positivi invece di nascondere quelli negativi. Potrebbe aiutarci a esprimere meglio quello che già sappiamo, a realizzare quello che già immaginiamo, a comunicare con più chiarezza quello che già pensiamo. Ma per arrivarci serve lucidità: sapere quando delegare e quando no, quando fidarci dell’algoritmo e quando fidarci di noi.

Il problema è che adesso la usiamo al contrario. Non per potenziare il nostro pensiero, ma per sostituirlo. Non per amplificare la nostra creatività, ma per nascondere la nostra inadeguatezza. E questo ci sta rendendo più timidi, più dipendenti dal giudizio, più fragili davanti all’errore. Osare significa anche essere inadeguati, imperfetti, ridicoli. Significa mandare il messaggio scritto male, postare la foto mossa, dire una cosa senza averla fatta rivedere tre volte da un’intelligenza artificiale.

Questo Natale siamo tutti più belli, più brillanti, più fenomeni. Ma forse un po’ meno noi stessi. E soprattutto, un po’ meno coraggiosi. Almeno finché non impareremo a usare l’IA come un alleato del nostro pensiero, e non come un sostituto della nostra voce.

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