Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Timothée Chalamet ai Grammy: fragile e fuori posto (come dovrebbe essere)

Timothée Chalamet non è un cantante, eppure ai prossimi Grammy ci sarà anche lui. Candidato per A Complete Unknown, il film su Bob Dylan dove impersona il menestrello americano: storto, imperfetto, vero. Una nomination nella categoria colonne sonore.

I Grammy di quest’anno sono strani. Kendrick Lamar guida con nove nomination, si muove ormai con quella calma di chi ha già vinto tutto e non ha più niente da dimostrare. Lady Gaga lo segue con sette, Mayhem è il disco che le ha ridato la follia dei primi anni senza sembrare nostalgica. Bad Bunny porta lo spagnolo tra le categorie principali, mescolando plena e trap portoricana come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi Tyler, The Creator, Doechii, Leon Thomas: il rap non è più il margine, è il centro. E chi ancora non l’ha capito vive nel passato.

Ma la cosa più assurda è il K-pop. Kpop Demon Hunters, un cartone Netflix, ha trasformato una band immaginaria — le Huntr/X — in un fenomeno reale. Una loro canzone, Golden, è candidata come record dell’anno. È l’ennesima prova che il confine tra reale e digitale non esiste più, e forse non è mai esistito. Ci stiamo solo abituando all’idea che tutto può essere vero se abbastanza gente ci crede.

Taylor Swift non c’è: il suo disco è uscito troppo tardi. E forse è meglio così. Sabrina Carpenter, Chappell Roan, Lola Young: ragazze che si scrivono i testi da sole e li portano in tour come fossero diari aperti. Niente filtri, niente produzioni milionarie che nascondono il vuoto.

La cerimonia sarà il primo febbraio alla Crypto.com Arena di Los Angeles, l’ultima sulla CBS prima del passaggio alla ABC. Tre album rap in corsa per il disco dell’anno — GNZ di Lamar, Chromakopia di Tyler, Let God Sort ‘Em Out dei Clipse — raccontano un genere che è diventato adulto senza perdere la rabbia.

E in mezzo a tutto questo c’è Chalamet, che sembra quasi un intruso. Faccia da ragazzo che non ha ancora finito di crescere, quella fragilità che lo rende perfetto per i red carpet e fuori posto ovunque. Ma è proprio questo il punto: forse la musica oggi ha bisogno di gente che non sembra fatta per starci dentro.

Il suo Dylan è un personaggio che inciampa, che cerca il suono nel rumore. E Chalamet ci si muove dentro con quella grazia imperfetta che ha sempre: mani in tasca, sorriso appena accennato, come se volesse sparire e invece catalizzasse tutto. Ha dentro qualcosa che la musica cerca da sempre: quella fragilità che non si può fingere.

I Grammy sono sempre stati la notte degli eccessi, ma stavolta qualcosa cambia. Meno divas che si scannano per un premio, più facce nuove, più curiosità, più fatica vera. E allora forse è giusto che tra Lamar e Gaga, tra Bad Bunny e un cartone coreano, ci sia anche uno come Chalamet.

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