Sono uscito all’intervallo. Lo dico subito, così sai con chi parli.
Smart Working ha un’idea che mi piace. Giuliano lavora da casa e sta bene: meno ufficio, più tempo, Laura incinta del secondo figlio, una vita che per una volta gira come deve. Poi nasce un equivoco. Invita un collega a casa con la scusa di presentargli un’amica, e da lì la porta non si chiude più. Il giorno dopo si presenta Gianni, un vecchio collega ormai in pensione. Poi ne arriva un altro. Poi un altro ancora. A poco a poco gli entra in casa tutto l’ufficio, senza che lui abbia mai detto venite.
L’idea regge. Il lavoro da casa che da libertà diventa assedio, la porta che non riesci più a chiudere, la famiglia che si mangia il caos di fuori e te lo ridà più grosso. La riconosci.
Maccio Capatonda lo gioca compassato. Un impiegato serio, paziente, uno qualunque, che resta fermo mentre intorno si sfascia tutto. Gianni è Maurizio Nichetti, una vecchia maschera del cinema comico che si rimette a fare il matto con la stessa faccia da cartone animato di sempre. Sara Lazzaro fa Laura, e Giulia Bolatti completa una casa che si affolla a vista d’occhio.
Dietro c’è Svevo Moltrasio, che il cinema se l’è costruito dal basso. Veniva da YouTube, dalla webserie Ritals sugli italiani a Parigi, e il primo film, Gli ospiti, se l’era pagato col crowdfunding, dieci persone chiuse in un casale a litigare. Smart Working è la sua prima commedia mainstream, distribuzione vera e nomi grossi. Ma la testa è la stessa: prende una stanza, la riempie di gente, guarda quanto regge prima di scoppiare. La seconda volta con più mezzi e meno graffio.
Il primo tempo, però, si siede. Lo vedi venire da lontano. Sai dove va prima che ci arrivi, il meccanismo si accende sempre nello stesso punto e con la stessa misura, e a un certo punto mi sono accorto che aspettavo la risata invece di farla.
Il secondo tempo immagino esploda, con la casa ormai diventata ufficio e il caos a mille. Magari è bello davvero, magari svolta proprio lì. All’intervallo me ne sono andato. Forse il film non aveva colpe, forse ero io che non avevo voglia di aspettare.



