Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Queer di Luca Guadagnino

La bellezza che brucia (e non consola)

All’inizio pensi: ma dove sto andando? Poi smetti di chiedertelo. Ti lasci trascinare da Lee, dalla sua voce rotta, dalle luci storte del Messico, da quella musica che ti spinge dentro una trance. Non capisci tutto, ma senti tutto. E ti basta.

Daniel Craig è irriconoscibile. Sta in silenzio più di quanto parla, eppure racconta tutto. Un uomo che si muove tra dipendenza, desiderio e rassegnazione. Ti viene voglia di abbracciarlo anche quando fa schifo. Forse proprio allora.

Drew Starkey è la miccia. Non dice molto, ma basta il modo in cui ti guarda per farti esplodere tutto dentro. Il suo Eugene Allerton è l’oggetto del desiderio e del dolore, in un equilibrio che non si rompe mai davvero, ma ti logora piano.

C’è un viaggio, ma non è geografico. Si parte dal Messico, si passa per la giungla e si arriva altrove: dentro. Il film si muove tra droghe, fantasmi, sudore, silenzi che fanno male e domande che nessuno ha voglia di pronunciare. Ma restano lì, sospese, come il fumo in una stanza chiusa.

Il film è un delirio visivo e sonoro. Trent Reznor e Atticus Ross non fanno una colonna sonora: fanno un’esperienza. Ti afferrano per i polsi e ti trascinano tra boleri deformati, echi sintetici e silenzi che fanno più rumore di qualsiasi urlo.

Guadagnino non spiega, non sistema, non addolcisce. Ti sbatte in faccia l’ambiguità, il bisogno, il rifiuto, e non ti tende mai una mano. Ma forse è proprio per questo che alla fine gli credi.

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