Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Mother Mary: l’abito sbagliato, la stilista sbagliata, il ritorno impossibile

Mother Mary è un’icona pop che ha smesso di cantare. Quando decide di tornare, il problema è l’abito scelto per la prima data del tour che non la rappresenta. Decide di chiamare Sam Anselm, costumista di fama mondiale, sua amica prima che il successo costruisse il muro tra loro. L’incontro avviene in una residenza isolata nelle campagne inglesi. Lì dentro si riaprono i conti.

Sam non ha dimenticato. Il mondo della moda e dello spettacolo l’ha messa da parte, e quel risentimento è rimasto intatto, preciso, pronto. Accetta di aiutare Mother Mary a modo suo.

Il rapporto si trasforma: c’è un potere creativo che scivola sul piano personale, identità che si sovrappongono, traumi che tornano a galla come se non fossero mai andati via. Il confronto diventa mistico e violento, la linea tra chi è sul palco e chi lo costruisce smette di esistere.

David Lowery scrive e dirige un film che ha dichiarato debitore del Dracula di Coppola e del Reputation Stadium Tour di Taylor Swift.

Anne Hathaway ha costruito il personaggio ascoltando Beyoncé — American Requiem da Cowboy Carter, quel suono immobile e presente che Hathaway descrive come una tecnica vocale «così affascinante e sorprendente».

Michaela Coel è Sam. Hunter Schafer e Sian Clifford completano il cast.

La colonna sonora è di Daniel Hart, con il contributo di Jack Antonoff e Charli XCX. L’album Mother Mary: Greatest Hits, sette tracce tutte cantate da Hathaway, incluso il singolo Burial è già fuori dal 17 aprile.

In Italia arriva il 14 maggio, distribuito da I Wonder Pictures.

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