Francesco Sossai fa un film su tre uomini che girano il Veneto in macchina cercando un ultimo bicchiere. Vince otto David di Donatello su sedici nomination, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura. La cosa più strana è che se lo merita.
Le città di pianura è un’opera seconda che non sente il peso di esserlo. Carlobianchi e Doriano — cinquantenni consumati, allegri nel modo in cui si è allegri quando non si ha più niente da perdere — trascinano Giulio, studente di architettura dello IUAV di Venezia, dentro una deriva che lui non aveva cercato e che non riesce a interrompere. Si va da un bar all’altro attraverso una pianura che non finisce mai, su una Jaguar S-Type comprata anni prima con i soldi di un traffico di occhiali in fabbrica, oggi sgangherata, ultima reliquia di un’epoca in cui il Nordest era ancora il miracolo del Nordest.
Il film lavora per accumulo. Le scene arrivano come capita, come capita nella vita. C’è un flashback che vale un saggio sulla classe operaia italiana: il padrone della fabbrica di occhiali, interpretato da Roberto Citran, atterra in elicottero per consegnare un Rolex dorato a un operaio che va in pensione — Primo Sossai, stesso cognome del regista e riparte subito, senza fermarsi. Lì si capisce qualcosa della fuga di Genio in Argentina, di un Paese che non si è accorto di aver lasciato indietro chi lo aveva costruito.
Il finale alla stazione — Giulio sul treno verso Verona, Carlobianchi e Doriano che lo inseguono in macchina dall’altro lato del finestrino, euforici e già nostalgici — è una di quelle immagini che rimangono non perché siano belle ma perché sono vere. Il saluto che non riesce ad arrivare del tutto, diviso da un vetro, da una partenza, da vent’anni di differenza anagrafica che non si colmano con nessun bicchiere.
L’unico momento in cui il film cede è una battuta troppo dichiarata, quasi costruita per essere citata: Sossai sa di aver fatto un film su persone che non cresceranno più, e a un certo punto decide di dirlo invece di mostrarlo. È un inciampo breve, ma si sente.
Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla portano in scena due facce non da cinema. Romano viene dal teatro, Capovilla dalla musica, è il frontman del Teatro degli Orrori.
Romano ha vinto il David come miglior attore protagonista nel ruolo di Carlobianchi. Filippo Scotti, come Giulio, porta il peso di chi guarda senza capire ancora e annuisce lo stesso.
Il David per la miglior canzone originale è andato a Ti di Krano, musicista veneto che lavora sulla contaminazione tra folk americano degli anni Settanta e dialetto locale. La musica ha il tono giusto per un film che racconta un’Italia che non finirà sui giornali ma che esiste, concreta e testarda, sotto le autostrade e tra i capannoni vuoti.
Le città di pianura è ora disponibile in streaming sulle principali piattaforme on demand.



