Mostra Mécaniques d’art: dagli orologi d’acqua egizi a “La Quête du Temps” di Vacheron Constantin
Entrando al Louvre si ha la sensazione di attraversare una cronologia viva. Non più pagine di un manuale, ma oggetti che hanno resistito ai secoli, strumenti che hanno tentato di trattenere ciò che scivola via a tutti: il tempo.
Nelle sale della mostra Mécaniques d’art, aperta fino al 12 novembre, si incontrano frammenti che sembrano provenire da mondi lontanissimi: un orologio ad acqua dell’Egitto tolemaico, un automa a forma di pavone nato a Cordoba nel X secolo, un orologio astronomico pensato per Luigi XV a metà del Settecento. Pezzi diversi, ma tutti legati da una stessa necessità: rendere visibile l’invisibile.
Poi si arriva davanti al cuore dell’esposizione: La Quête du Temps. Un colosso creato da Vacheron Constantin, frutto di sette anni di lavoro. Più di seimila componenti, un metro d’altezza, tre livelli che dialogano fra loro: in alto un automa che osserva le stelle, al centro un orologio astronomico con ventitré complicazioni, in basso un sistema solare che si muove al ritmo di una musica composta apposta per questa macchina. È un oggetto che non si limita a misurare le ore: le mette in scena.
Camminando tra queste opere si scopre che il tempo non è mai stato un concetto unico. In Europa, fino al Medioevo, le ore cambiavano lunghezza a seconda delle stagioni. In Giappone, ancora nell’Ottocento, il giorno e la notte erano divisi in sei parti diseguali. Solo con gli orologi meccanici sono arrivate le nostre ventiquattro ore fisse, e poi gli orologi atomici, capaci di contare miliardi di vibrazioni in un secondo.
Ma anche così il tempo sfugge. Non scorre uguale dappertutto, cambia con lo spazio, con la gravità, con il punto in cui ci troviamo. Forse è proprio per questo che continuiamo a inventare macchine, a costruire automi e ingranaggi: non per possederlo davvero, ma per raccontarcelo.
La mostra finisce, ma resta la domanda: il tempo si misura, o si vive?



