Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Quando le serie ti parlavano come una persona che ti vuole bene

Non so da dove cominciare.
Forse da quando bastava una sigla per farti piangere. O da quella volta che hai finito una serie alle tre di notte e ti sei sentito svuotato, come se ti avessero strappato qualcosa. E non era solo una storia: eri tu, infilato lì dentro, in mezzo a quei personaggi, a quelle frasi che sembravano scritte apposta per te.

Non succede quasi più.
O forse succede, ma non lo sentiamo.
Siamo più stanchi. Più cinici. Più pieni di “ne parlano tutti”, “devo recuperarla”, “m’hanno detto che è bella”. Ma non basta che sia bella.
Una serie, per restare, deve spezzarti in un punto preciso che solo lei sa dove sta.

C’è stato un tempo in cui le serie ci parlavano così.
E non venivano da chissà dove. Venivano spesso dalla Gran Bretagna.
Con gli attori che non erano bellissimi. Con i silenzi, con la pioggia, con quella lentezza piena di senso.
Serie che non cercavano il colpo di scena, ma ti lasciavano addosso qualcosa anche giorni dopo. Come Skins, che ti insegnava a essere fragile senza vergognarti.
O The End of the F**ing World*, che sembrava una canzone sbagliata e giusta insieme.

E poi Fleabag, che ti guardava dritto in faccia e diceva cose che non avevi mai avuto il coraggio di dire.
Luther, Top Boy, Normal People, Misfits.
Tutte diverse. Tutte vere.

E oggi?
Oggi ci sono ancora cose belle. Adolescence, per esempio. Baby Reindeer.
Ma sai qual è la differenza? Che dietro non ci sono più le stesse mani. Non lo stesso coraggio.
Le piattaforme le comprano, non le coltivano. E se domani scompaiono, pazienza.
Ma a noi non dovrebbe andare bene così.

Perché certe serie non sono solo storie.
Sono quello che ci ha tenuto a galla. Sono il posto dove ci siamo sentiti visti, quando fuori nessuno guardava.
E perderle, perderle davvero, significherebbe spegnere anche una parte di noi.

Magari sembrano esagerazioni.
Ma se una volta ti sei sentito dire da uno schermo: “Capisco come ti senti” e hai pianto,
allora sai che non è fiction. È vita.

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