Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Martin Margiela: vita, stile e il genio dell’anonimato

Ci sono persone che costruiscono un’identità per poi abitarla. Martin Margiela ha fatto l’opposto: ha costruito un’identità per poi dissolverla, sistematicamente, con una coerenza che rasenta il metodo.

Nato a Genk il 9 aprile 1957, studia alla Royal Academy di Anversa — gli stessi corridoi di Ann Demeulemeester e Dries Van Noten. Nel 1984 entra da Jean Paul Gaultier, da cui impara qualcosa che porta con sé per sempre: il senso di libertà come strumento di lavoro, non come ornamento.

Nel 1988 fonda la sua maison a Parigi. La prima sfilata è al Café de la Gare nel Marais: modelle prese dalla strada, Tabi macchiati d’inchiostro sul pavimento bianco. Non è una sfilata — è una dichiarazione. Da quel momento in poi, Margiela sfilerà in tunnel ferroviari, garage abbandonati, periferie parigine. Sarà il primo stilista a uscire dalla Cour Carrée del Louvre. Non per provocazione, ma per convinzione.

Il segno più riconoscibile del suo lavoro è paradossalmente quello meno visibile: un’etichetta bianca, cucita con quattro punti soli, pensata per essere rimossa. Il capo deve restare anonimo. L’autore, ancora di più.

Non ha mai posato per un ritratto ufficiale. Le poche immagini che circolano sono rubate, spacciate quasi clandestinamente. Alle sfilate non usciva mai a fine show. Le interviste — pochissime — erano rilasciate via fax, sempre al plurale. Mai “io”. Sempre “noi”.

Nel 2009 lascia la moda. Dice, in sostanza, che non ha più nulla da darle. Non è una crisi — è una conclusione logica. Da allora lavora come artista visivo: pittura, scultura, installazione, collage, film. Nel 2024 la città di Anversa gli commissiona la sua prima scultura pubblica permanente.

Sessantanove anni. Nessun ritratto ufficiale. Nessuna passerella. Solo il lavoro — che è, da sempre, l’unica cosa che ha voluto lasciare vedere.

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