Sono andato dai carabinieri per chiedere un’informazione.
Niente di deciso, nessuna querela da presentare. Solo capire come muovermi.
A un certo punto mi chiedono il nome del vicino di casa.
Resto un attimo in silenzio. Il nome non lo so.
Il cognome sì.
Quello lo conosco bene: è scritto sul citofono, compare nelle carte, nei documenti. È una presenza formale, corretta, ordinata. Ma non è una voce. Non è qualcosa che si usa per chiamare qualcuno.
Abitiamo a pochi metri di distanza.
Stesso pianerottolo, stessi rumori che filtrano dai muri, stessi odori che ogni tanto si incontrano nell’aria. Eppure non so come chiamarlo ad alta voce, non so come suonerebbe il suo nome detto da me.
Loro si meravigliano.
Io pure, anche se subito dopo mi accorgo che non è poi così strano.
Oggi non conoscere il nome del vicino è quasi normale.
Ci conviviamo senza farci troppo caso, come se fosse una mancanza secondaria, un dettaglio trascurabile.
Eppure, mentre ignoro chi vive dietro la mia porta, so cosa mangia a colazione una ragazza che vive a centinaia di chilometri da qui, che musica ascolta uno sconosciuto in macchina, che volto assume qualcuno davanti a un tramonto lontano. Conosciamo frammenti di vita di persone che non incontreremo mai e, allo stesso tempo, evitiamo quelle più vicine.
La domanda allora viene fuori da sola, senza bisogno di essere cercata:
stavamo meglio prima, quando tutti si conoscevano, o stiamo meglio oggi?
Prima la vicinanza era obbligata.
Ci si vedeva, ci si parlava, ci si sopportava. A volte era solidarietà vera, altre volte controllo, invadenza, giudizio. Nessuna idealizzazione: non era un mondo più giusto, era semplicemente più stretto.
Oggi, invece, scegliamo noi chi conoscere.
È una libertà enorme, ma anche fragile. Perché le relazioni senza corpo, senza presenza, senza quella frizione quotidiana che a volte infastidisce, rischiano di diventare leggere, reversibili, facilmente archiviabili.
Il vicino, invece, resta.
Resta con i passi serali, con il cane che abbaia, con la televisione troppo alta o con un silenzio che pesa. Non è un contenuto da scorrere via. È una presenza che delimita uno spazio, che impone un confronto, anche quando non lo vogliamo.
Forse non eravamo meglio prima.
E non siamo automaticamente meglio oggi.
Abbiamo scambiato una comunità imperfetta con una connessione infinita. Abbiamo guadagnato libertà, ma abbiamo perso prossimità. E la prossimità, quando manca, si fa sentire proprio nei momenti in cui servirebbe di più.
Sapere il nome del vicino non rende persone migliori.
Ignorarlo non rende peggiori.
Ma dice molto del tempo che viviamo.



