Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

La giusta distanza dal male di Giorgia Protti è un libro che sa di ospedale e di vita

Sai quell’odore che ti prende appena entri in ospedale? Disinfettante, certo. Ma dentro ci senti anche paura, speranza, il fiato corto di chi aspetta e di chi non ce la fa più ad aspettare. Giorgia Protti lo conosce bene. Fa la dottoressa in pronto soccorso e ha scritto un libro che ti trascina dentro, senza chiederti il permesso. Ti porta dove non vorresti andare, ma dove, prima o poi, ci passiamo tutti.

La giusta distanza dal male racconta la fatica di restare umani quando ogni giorno ti siedi accanto al dolore vero. Quello che si incolla addosso e non va via. Perché a forza di guardarlo rischi di assomigliargli. O di spegnerti.

A un certo punto, la protagonista si ritrova a parlare con Lucifero. Jeans, maglietta dei Rolling Stones, una birra in mano. Ti spiazza con domande che non ti lasciano scampo. È bello, pure.

Lucifero le mostra cosa succede quando smetti di sentire. Quando per sopravvivere diventi ghiaccio. Ma il ghiaccio prima o poi si scioglie, e allora resti nudo davanti a tutto.

Protti scrive come se fosse la chiacchiera dopo un turno di notte al bar. Ogni paziente che descrive potremmo essere noi. Ogni paura l’abbiamo provata almeno una volta, anche solo per un mal di testa che ci sembrava un tumore.

Il libro ti mette davanti a un bivio continuo: cuore o testa, umanità o efficienza.

Il dolore, dice Protti, è un messaggero. Se impari ad ascoltarlo senza fartene divorare, puoi aiutare senza morire. Puoi amare senza spezzarti.

È un libro vero, nudo. Sa di ospedale, di vite che si spezzano e di altre che si ricompongono, ogni giorno, in quei corridoi dove ci si aggrappa a chiunque pur di non crollare.

Un anno fa sono finita anch’io in pronto soccorso. La dottoressa che mi visitò mi disse: “Il dolore è messaggero”. Mi torna in mente ora, leggendo queste pagine. Forse è tutto qui.

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