Carofiglio cammina.
E si vede che gli piace camminare.
In Viaggio in Italia non succede quasi niente. Non c’è una storia da inseguire. C’è uno sguardo che si posa sulle cose e resta lì un secondo in più.
Gianrico Carofiglio lascia il tribunale, lascia le trame ordinate, e prende un taccuino invisibile. Guarda le città come si guardano le persone quando non sei sicuro di volerle conoscere davvero.
Non c’è retorica. Questo va detto.
Non c’è neanche entusiasmo.
C’è un’Italia attraversata piano. Un’Italia che non fa scena. Piazze larghe. Treni regionali. Conversazioni ascoltate senza intervenire. Ogni tanto una riflessione sul linguaggio, sulla responsabilità delle parole. È il suo campo. Ci torna spesso.
Il libro tiene quando resta basso. Quando descrive senza spiegare troppo. Quando lascia un vuoto tra una frase e l’altra.
Quando invece prova a tirare una linea più grande — “questo siamo”, “questo è il Paese” — perde un po’ di aria. Si sente il saggio. Si sente la struttura.
Non è un libro che ti travolge.
È uno che ti accompagna. Se hai voglia.
Funziona se lo leggi senza aspettarti niente.
Se cerchi una trama, non la trovi.
Se cerchi uno sguardo, sì.
E forse basta quello.



