Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Dior a Los Angeles: Jonathan Anderson gira il film che aveva in testa

La notte è scura. Tre Cadillac ferme. Fumo basso sull’asfalto, lampioni che tagliano il buio in controluce violenti. È il 13 maggio, LACMA, Los Angeles. Jonathan Anderson ha costruito un set prima ancora di mandare in scena un abito.
La Cruise 2027 è un film che non verrà mai girato, abitato da personaggi che non si spiegano: il benzinaio trovato nella biografia di Scotty Bowers — l’uomo che negli anni d’oro di Hollywood dormì con mezzo star system —, donne algide à la Marlene Dietrich, uomini silenziosi usciti da un dinner di Hopper. Il confine tra on screen e off screen si dissolve quasi subito.
La nuova Bar Jacket arriva alleggerita, senza spalline, rifatta in tessuti moderni. I materiali riprendono sviluppi degli anni Cinquanta: ricami, diagonali, campionature d’archivio ricostruite. Il denim, sviluppato con fornitori giapponesi, è quasi couture — intrecci, catene sottili, superfici trattate in tessitura. Le camicie portano la firma di Ed Ruscha. I cappelli sono di Philip Treacy. Le parole attraversano la collezione come insegne californiane nel buio: Flow, riflesso, diventa Wolf.
In prima fila Al Pacino, Anya Taylor-Joy, Jeff Goldblum, Miley Cyrus, Sabrina Carpenter, Macaulay Culkin, Lauren Hutton, Jisoo. Christian Dior vestiva Ava Gardner, Dietrich, Marilyn Monroe, e lavorava con Warner e Paramount.
Era il primo anniversario in Dior. La sfilata finisce. Le luci si spengono. Le Cadillac restano ferme.

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