Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Almodóvar a Cannes: quando tacere è già una resa

Amarga Navidad è in concorso alla 79ª edizione del Festival di Cannes. Pedro Almodóvar ci arriva sette anni dopo l’ultima volta con un lungometraggio, e alla première nel Grand Théâtre Lumière il film riceve una lunga ovazione, di quelle che trasformano subito un titolo in “caso”. Poi viene la conferenza stampa, e lì succede qualcosa di diverso.

Almodóvar risponde a una domanda sulla censura: il clima negli Stati Uniti, il caso Canal+ in Francia, gli artisti minacciati di finire in lista nera per aver firmato una lettera contro l’azionista di riferimento dell’emittente. Non si sottrae. Dice: «Il silenzio e la paura sono un sintomo che le cose stanno andando male. Mi sembra un segnale grave, vuol dire che la democrazia si sta sgretolando». Nella sala, un applauso. Prima timido, poi fortissimo.

Il film che presenta è un gioco di specchi preciso e severo. Un regista, Raúl, scrive una sceneggiatura la cui protagonista è Elsa, regista di spot pubblicitari che si rifugia a Lanzarote per attraversare un lutto e rimettere insieme i pezzi. Elsa, a sua volta, sta scrivendo qualcosa che si ispira alla vita di un’amica: un’ulteriore traslazione, un’altra vita vampirizzata e rimessa in scena. Due finzioni che si alimentano del reale, una dentro l’altra. Al centro, la domanda che Almodóvar si porta dietro da anni: quanto è lecito nutrirsi dell’esistenza di chi ti sta vicino per farne cinema. Lui stesso ha definito Amarga Navidad «il film in cui è stato più impietoso verso se stesso».

Bárbara Lennie interpreta Elsa nel 2004: emicranie, attacchi di panico, un amore lasciato a Madrid, un’isola che non cura ma esaspera tutto. Leonardo Sbaraglia è Raúl nel 2026, il regista che scrive e che le assomiglia troppo per essere un caso, alter ego trasparente del cineasta manchego. Le musiche sono di Alberto Iglesias, la fotografia di Pau Esteve Birba, il montaggio di Teresa Font; la produzione è El Deseo, la distribuzione è affidata a Warner Bros.

Fuori dalla sala, Almodóvar indossa una spilla con scritto “Free Palestine” e chiama Trump, Netanyahu e Putin «mostri», spiegando che l’Europa ha l’obbligo di farsi scudo contro di loro, di mettere un limite alle loro “follie”. Alla domanda sugli Stati Uniti non usa la formula consolatoria “democrazia imperfetta”: dice semplicemente che, in questo momento, gli Stati Uniti non sono una democrazia; ribadisce che gli artisti hanno il dovere morale di parlare di ciò che accade nelle società in cui vivono.

Amarga Navidad non è un film politico nel senso stretto. Non ci sono governi, parlamenti, piazze. C’è un uomo che scrive e una donna che sopravvive al proprio dolore, e tra i due uno spazio sottile in cui la realtà smette di appartenere solo a chi l’ha vissuta. Ma il modo in cui Almodóvar mette in scena quella sottrazione — l’atto di prendersi pezzi di vita altrui per trasformarli in racconto — e poi se ne assume la responsabilità davanti alle telecamere è già una risposta. Chi racconta non è neutro. Non lo è mai stato, e scegliere il silenzio, oggi, significa comunque schierarsi.

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