Tre bambini prodigio che a trent’anni non sanno stare al mondo. Un padre che ha sempre preferito un figlio agli altri due, e che lo ha fatto senza nasconderlo. Una casa di New York come unico punto fermo di una famiglia che si è disgregata dentro.
I Tenenbaum esce nel dicembre 2001 e cambia il modo in cui il cinema racconta la famiglia americana. Wes Anderson costruisce il film attorno a un’idea semplice e crudele: il talento infantile, senza il calore giusto, si calcifica. Chas è diventato un uomo che sveglia i figli nel cuore della notte per le esercitazioni antincendio. Margot fuma di nascosto al marito e ha smesso di scrivere. Richie ha abbandonato il tennis a ventidue anni e gira su una nave da crociera senza destinazione precisa. Royal Tenenbaum, il padre, li ha feriti tutti e tre — con la distanza, con la preferenza dichiarata, con le bugie — e sul finale del film tenta l’unica redenzione che gli rimane: sparire bene.
Anderson ha detto che si è ispirato al divorzio dei suoi genitori. Che il cognome viene da un amico dell’università. Che il personaggio di Richie nasce da Björn Borg, il campione di tennis che si ritirò a ventisei anni, svuotato dal peso delle aspettative. Questi dettagli gli danno il peso specifico delle cose accadute davvero. La scenografia è anni Settanta, la storia è contemporanea, e questa scissione temporale produce un senso di sospensione che nessun elemento narrativo giustifica da solo: è la forma stessa del film a dire che certe famiglie vivono fuori dal tempo in cui esistono.
Il film incassa 71 milioni di dollari su un budget di 20. Entra al numero 21 nella lista dei cento migliori film del XXI secolo secondo la BBC. Questi numeri interessano fino a un certo punto. Quello che rimane, a distanza di vent’anni, è la sensazione precisa di aver conosciuto persone reali — persone che non esistono, ma che funzionano come specchio di qualcosa che esiste eccome.
I Tenenbaum, ovvero il talento come ferita
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