Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

La grazia di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino torna e questa volta è diverso. La grazia non è più il cinema della grande bellezza, dell’estasi barocca, del lirismo esasperato. Qui cerca altro: la grazia. Quella umana. La clemenza verso gli altri, verso se stessi, verso il tempo che passa. E verso i propri fantasmi.

Toni Servillo è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica. Vedovo, ex-giurista, cattolico. Lo chiamano “Cemento armato” perché non si muove mai, non prende posizione, resta immobile come una statua. E quel soprannome non è casuale: in Le conseguenze dell’amore Titta Di Girolamo — sempre Servillo — finiva affogato nel cemento dalla mafia. Sorrentino sta dialogando con se stesso. Sta rileggendo i suoi temi: l’immobilità, il potere, la solitudine. Il destino di chi resta pietrificato nelle proprie scelte. O non-scelte.

Siamo nel semestre bianco. Fine mandato. Giornate vuote, cerimonie istituzionali senza senso. Poi arrivano gli ultimi atti: due richieste di grazia — un uomo che ha ucciso la moglie malata, una donna che ha ucciso il marito violento — e una legge sull’eutanasia da promulgare. Dilemmi morali che si intrecciano con il lutto per la moglie Aurora, con i non-detti di una vita intera, con la vertigine di chi deve decidere senza certezze.

Il palazzo presidenziale è un mausoleo. Corridoi infiniti, stanze vuote, fantasmi eleganti intrappolati in protocolli che non hanno più senso. De Santis si muove lento, come Fabietto sul campo da calcio in È stata la mano di Dio. Legge e rilegge i fascicoli delle grazie. Ascolta rap per avvicinarsi ai figli. Ricorda Aurora. Questo è un film sul tempo che passa.

C’è un momento chiave: la direttrice di Vogue lo intervista. Gli chiede qualcosa sul vestire. Lui risponde: “Non sarei capace di vestirmi con pantalone bianco e giacca rossa.” È un omaggio a L’uomo in più, dove Antonio Pisapia — sempre Servillo — era il cantante fallito che vestiva esattamente così: giacca rossa, pantaloni bianchi, look kitsch da vecchia gloria. De Santis è l’opposto: tutto grigio, tutto sostanza. Sorrentino sta guardando indietro. Ai suoi primi film. Ai suoi primi Servillo. E sta misurando la distanza.

Poi arriva la musica. Sempre quella musica. E ti svegli. Sorrentino ti tiene in apnea per minuti interminabili, poi ti elettrizza. È il suo metodo: ti annoia fino allo sfinimento, poi ti risucchia dentro come un vortice. È un trip. Lo sai quando entri in sala. Sei consapevole. E ti ci butti lo stesso.

Servillo è un monumento. Settima collaborazione con Sorrentino, Coppa Volpi a Venezia. Ma qui è diverso. È “in sottrazione”, anela leggerezza. Non cerca più la grande bellezza nell’estasi di un’opera d’arte, ma la grazia di una clemenza verso sé stesso. Ogni suo silenzio pesa come un giudizio.

Anna Ferzetti (Dorotea, la figlia giurista) cerca di smuovere il padre dall’immobilismo. Milvia Marigliano è Coco Valori, critica d’arte, amica brillante. C’è un momento decisivo: Coco fa una battuta a effetto, come sempre nei film di Sorrentino. Mariano resta muto. “Eppure era una bella battuta!”, rilancia lei. Poi confessa una verità sentimentale congelata da quarant’anni. In La grazia non è più il sentimento a essere relativizzato dall’aforisma perfetto, ma il contrario.

Alla fine, applausi tiepidi. Perché gran parte del pubblico italiano non capisce un cazzo. Va al cinema per dimenticare, non per pensare. Applaude Zalone, ride alla battuta facile, esce dalla sala e torna a casa tranquillo. Sorrentino ti chiede di restare. Di guardare. Di accettare che il cinema possa essere arte prima che intrattenimento. E questo, per molti, è troppo.

La grazia è un capolavoro? Forse. Di sicuro è Sorrentino in mutazione: meno barocco, più umano. Meno aforismi perfetti, più sinceri atti d’amore strappati al dolore. Un film che dialoga con la sua stessa filmografia, che guarda indietro per capire dove andare. Se sei disposto a dargli attenzione, ne esci cambiato. Se no, ne esci irritato.

Ma questo è il punto: Sorrentino non fa cinema per tutti. Fa cinema per chi ha il coraggio di lasciarsi travolgere.

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