Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Tre minuti. Non uno di più.

Ci sono film che si giudicano dalla fine. E poi c’è “Cime tempestose” di Emerald Fennell, che si giudica dall’inizio.

Titoli di testa: capelli che crescono sullo schermo, si attorcigliano, invadono il fotogramma come un’edera impazzita. Va bene, penso. Esercizio di stile. Procediamo.

Poi arriva la scena. Un uomo viene impiccato davanti a una folla. Sin qui potrebbe essere un film di Michael Winterbottom, uno di quei pugni allo stomaco che servono a stabilire un’epoca. Ma Fennell non si ferma. La camera scende. Insiste. Mostra l’erezione del cadavere sotto i vestiti. La folla ride. I bambini corrono sotto il patibolo. Qualcuno mangia. E io penso: questo non è coraggio. Questo è il contrario esatto del coraggio.

Perché il coraggio, al cinema, è togliere. È l’inquadratura che suggerisce senza mostrare. È il taglio prima che l’immagine diventi didascalica. Kubrick lo sapeva. Bresson lo sapeva. Anche la Brontë lo sapeva, centoottanta anni fa, senza una macchina da presa.

Fennell no. Fennell ti mette il simbolo davanti agli occhi e poi, nel caso non avessi capito, te lo sottolinea. Eros e morte, dice il film. Come se il pubblico del 2026 avesse bisogno di un traduttore simultaneo per Bataille.

Tre minuti. Ho smesso di guardarlo.

Non per pudore. Non perché mi scandalizzi il sesso o la violenza. Ma perché quella scena mi ha detto, con una chiarezza brutale, quale sarebbe stato il patto tra quel film e il suo spettatore: tu stai fermo, io ti spiego Emily Brontë come l’ho capita io, e se non sei d’accordo il problema è tuo.

No. Il problema è della regista.

Perché se prendi un romanzo che ha sopravvissuto a ogni epoca, a ogni adattamento, a ogni tentativo di semplificazione, e la prima cosa che fai è tradurre in immagini esplicite quello che il libro teneva in tensione, allora stai sostituendo. Stai dicendo che il testo originale non basta, che ha bisogno della tua mano per diventare comprensibile. E questa è  arroganza travestita da audacia.

La stessa Fennell, in un’intervista al Brontë Women’s Writing Festival, ha ammesso di non poter dire di stare facendo Cime tempestose, e infatti ha messo il titolo tra virgolette. Un’ammissione sincera, forse l’unica. Perché allora chiamarlo così? Perché vendere al pubblico un titolo che pesa come un macigno nella letteratura mondiale, se quello che stai facendo è un’altra cosa?

La risposta è semplice: perché il titolo vende. Perché Margot Robbie vende. Perché Jacob Elordi vende. Perché San Valentino vende. E Fennell, che sogna di fare il Titanic di questa generazione, ha costruito un prodotto confezionato con precisione commerciale e rivestito di provocazione estetica.

Il film ha incassato 240 milioni di dollari nel mondo. Su Rotten Tomatoes la critica si divide a metà. CinemaScore: B. Numeri che dicono esattamente quello che il film è: un oggetto che piace abbastanza da non essere un flop, ma che non convince abbastanza da essere un’opera.

Io quei numeri non li conoscevo quando ho smesso di guardarlo. Conoscevo solo la sensazione precisa di qualcuno che mi stava dicendo: se non hai letto Cime tempestose come l’ho letto io, allora non sei il mio pubblico.

E aveva ragione. Non lo sono.

Ma il punto non è questo. Il punto è che Emily Brontë ha scritto un romanzo che parla a chiunque abbia conosciuto l’ossessione, la classe, la vendetta, l’impossibilità di un amore che divora chi lo vive. E nessuna scena di apertura con un cadavere in erezione potrà mai restituire quel peso. Può solo banalizzarlo.

Tre minuti. Bastano, a volte, per capire tutto di un film. E soprattutto per capire che quel film non ha capito niente del libro da cui dice di venire.

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