Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Put Your Soul on Your Hand and Walk — Gaza vista attraverso una videochiamata

In questo periodo stavo cercando di capire qualcosa del cinema iraniano, e mi sono trovato davanti questo documentario. Non lo cercavo.

Put Your Soul on Your Hand and Walk racconta Gaza dall’interno. Sepideh Farsi parla con Fatma Hassona, fotogiornalista e poetessa, attraverso videochiamate che si interrompono, si spezzano, riprendono con il segnale debole. E quella difficoltà di connessione è la forma esatta della vita sotto assedio: tutto può cadere in qualsiasi momento.

Fatma a un certo punto dice una cosa con una calma che fa male: siamo abituati alla guerra, ma non ci abituiamo mai. La contraddizione è solo apparente. Si impara a sopravvivere, questo sì. Ma l’orrore resta orrore, anche quando diventa quotidiano. Il film non insiste su questo punto, lo lascia lì, e funziona proprio per questo.

Poi c’è un passaggio sulla vita normale. I palestinesi che vogliono avere le proprie monete, il proprio cibo, le proprie abitudini. Quando nel film si parla di hummus e falafel non si parla di cucina. Si parla di chi decide cosa appartiene a chi. L’identità non la cancella solo una bomba. La cancella anche chi si prende le tue parole, i tuoi piatti, la tua storia, e li chiama suoi.

Il momento peggiore arriva senza avviso. Fatma racconta di aver chiesto a una bambina cosa desiderasse di più. La risposta è stata morire. Non c’è niente da aggiungere a una frase così. Non è retorica, non è simbolo. È una bambina che ha smesso di volere qualcosa. Da quel punto in avanti il film cambia natura, diventa qualcosa che non si guarda e basta.

È un film che tiene insieme distanza e dolore con una precisione fragile, e proprio per quello colpisce più forte di qualsiasi denuncia.

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